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  In ricordo di Clara Sereni
 
  sab 10 nov 2018
caffè letterario - ore 11:00
In ricordo di Clara Sereni: impegno, coraggio, umanità di una scrittrice 
intervengono Luisella Cassetta Giustinelli, Anna Rita Manuali, Maria Serena Sapegno, Centro diurno Marco Polo
"Il pubblico e il privato si sono sempre intrecciati nella vita e nell’opera di Clara Sereni, scrittrice dalla prosa raffinata e lieve, morta il 25 luglio a Zurigo. Da anni viveva a Perugia dove, dal 1995 al 1997, era stata vicesindaco. Nata a Roma il 28 agosto 1946, era figlia di Emilio Sereni, partigiano, storico dirigente del Pci, e di Xenia Silberberg, anche lei antifascista militante e scrittrice, nata in una famiglia di rivoluzionari russi.
Dal matrimonio con lo sceneggiatore Stefano Rulli era nato Matteo e alla quotidiana e naturale intimità, difficile e allo stesso tempo ricca, con un figlio disabile aveva dedicato passi importanti in libri come Mi riguarda e Passami il sale. Nel 2004 aveva partecipato al film documentario girato da Rulli, Un silenzio particolare, che si conclude proprio con l’abbraccio tra madre e figlio. Un’esperienza di vita che si era tradotta nella fondazione della Città del sole, una onlus dedicata a costruire progetti per portatori di handicap psichici e mentali. 
L’incrocio tra l’autobiografia e le storia collettiva, spesso privilegiando la prospettiva femminile, hanno caratterizzato la sua scrittura fin dall’esordio nel 1974 con Sigma epsilon («un libro con troppe pretese e molti difetti che ebbe vita breve e sfortunata» lo definirà con eccessiva autocritica anni dopo) e poi con la sua opera forse più nota, anche per la felice invenzione linguistica del titolo, Casalinghitudine, entrato nei dizionari nonostante lo scetticismo di Natalia Ginzburg che ne curò la pubblicazione per Einaudi nel 1987. Un volume che diventerà un classico portando le ricette a pieno titolo nella letteratura: ogni piatto evoca persone e momenti della vita dell’autrice, ma anche del nostro Paese. Così la pasta e fagioli rappresenta il Sessantotto, il polpettone scandisce le tappe di un’amicizia e la frittata di zucchine è legata alla discussione, sulla spiaggia di Formia, tra il padre e Pietro Nenni. La soggettività femminile sarà protagonista dei tredici racconti di Manicomio primavera (1989), mentre Il gioco dei regni (1993) è la saga di una grande famiglia ebraica del Novecento: la sua.
«Una donna che ha speso gran parte della sua esistenza al servizio della comunità e delle persone più svantaggiate» l’ha definita il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio di cordoglio. Lei stessa si era definita «ultimista», con un altro termine inventato per il titolo di un libro del 1995, Taccuino di un ultimista in cui parla dei «quattro spicchi dei quali, con continui sconfinamenti, mi sembra di compormi: ebrea per scelta più che per destino, donna non solo per l’anagrafe, esperta di handicap e debolezze come chiunque ne faccia l’esperienza, utopista come chi, radicandosi in quanto esiste qui e oggi, senza esimersi dall’intervenire sulla realtà quotidiana, coltiva il bisogno di darsi un respiro e una passione agganciati al domani».
Nel 2012 in Una storia chiusa aveva raccontato la fragilità dei vecchi di una casa di riposo gravati dalla storia pesante del Novecento di cui ognuno di loro porta i segni. Un romanzo in cui le singole voci vanno a costruire un unico mosaico dove la vitalità delle passioni non viene messa a tacere da acciacchi, miserie e tristezze. Un romanzo «non autobiografico» aveva tenuto a dire in quell’occasione, lei che da qualche anno aveva deciso di liberarsi delle zavorre del quotidiano e viveva in una residenza per anziani.
Nel 2015 aveva partecipato al premio Strega con il suo ultimo libro Via Ripetta 155, intenso e per niente agiografico memoir pubblicato da Giunti in cui, mescolando arguzia e trattenuta tenerezza, guardava agli anni giovanili trascorsi in quella casa nel centro di Roma dove cercava di conciliare il sentimento privato con la vita comunitaria, il rigore appreso nell’ambito famigliare con la necessità di uccidere simbolicamente il padre. La scrittura di Clara Sereni era sempre schietta e aperta, lontana da ogni ipocrisia quando raccontava di lavori precari, di libertà sessuale sentita quasi come un dovere, degli amici, degli amori. Ancora una volta aveva intessuto una trama personale sul telaio della storia collettiva in quegli anni di fuoco — i Sessanta-Settanta —, segnati dai cortei, dalle proteste, dalle bombe, dalla lotta armata che metterà fine alle utopie libertarie di una intera generazione".
(Cristina Taglietti, Corriere della Sera)


 


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aggiornamento
ven 16 nov 2018
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