bct touring

In viaggio con il cuore e con il mouse

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Scopriamo la nostra bella Umbria meridionale un po’ per volta, a piccoli passi e a file leggeri.
Tanti luoghi, tante atmosfere e tanta gente. Siamo meravigliosamente orgogliosi della nostra terra e la raccontiamo in maniera unica, a volte con gli occhi lucidi, perché siamo consapevoli che tanto dobbiamo ai nostri luoghi cari. I ricordi spesso si impossessano dell’odierno più della realtà attuale e ci fanno tornare indietro nel tempo quando tutto sembrava più bello e più genuino. In ogni posto c’è una festa, un detto, un luogo, un edificio che lo rende unico e speciale agli occhi di chi scrive e di chi legge.
Vogliamo far conoscere i borghi, le contrade e le cittadelle nei dintorni di Terni per poter viaggiare virtualmente e scoprire o riscoprire luoghi che conosciamo o di cui abbiamo sentito solo parlare. Lo faremo attraverso i racconti, le ricerche d’archivio e le immagini. 
Viaggiare, per credere.
Se volete descrivere un luogo che vi è caro o volete raccontare una storia del vostro paese, scrivete una mail a bctfondolocale@comune.terni.it

 

 

                                    Penna in Teverina

 

Il nostro paese: Penna in Teverina

Scarica il lavoro realizzato dagli alunni della Scuola Primaria di Penna In Teverina

 

Penna e il Rinascimento

Scarica il lavoro realizzato dagli alunni della Scuola Primaria di Penna in Teverina

 

 

Stroncone

 

Maestose e possenti mura, abitazioni che si affacciano a ridosso di stradine strette, tortuose, antichi portali in pietra, il pozzo medievale: chiunque giunga a Stroncone non può che rimanere affascinato da questo borgo edificato nel X secolo, che conserva ancora oggi inalterate le caratteristiche di un tempo lontano. In queste terre il visitatore si trova a percorrere le vie della storia, della fede, del brigantaggio, della transumanza, della natura a tratti ancora oggi incontaminata.
Un po’ di storia…
Secondo una leggenda il paese sorse sulle rovine dell’antica Trebula Suffena. Le popolazioni che in precedenza abitavano il fondovalle, vedevano nel nuovo sito posto in altura un luogo più sicuro e facilmente difendibile. Si trattava inoltre di una zona strategica, di confine fra il Ducato longobardo di Spoleto ed i territori Bizzantini. 
Proprio dal nome di Ugone, uno dei duchi di Spoleto, deriverebbe Stroncone, ottenuto dall’originale castrum Hugonis, corrotto in Castrugone, Strungone, per giungere infine al nome con cui oggi lo conosciamo.
Risale al 1012 il primo documento certo su Stroncone: nel “Chronicon Farfense”, un prete, Giovanni di Pietro, donò alcuni suoi fondi rustici situati nel territorio di Stroncone, al monastero di San Simeone, che in quel tempo ospitava i benedettini ed era alle dipendenze dell’Abbazia di San Benedetto in Fundis.
Costretti più volte a rinchiudersi tra le possenti mura, gli Stronconesi difesero, in tempi passati, la propria autonomia ed in modo particolare la propria fede guelfa. Fu la vicina Narni l’avversario più agguerrito, a tal punto che, nel 1209, il Pontefice Innocenzo III fu costretto a colpire d’interdetto i Narnesi, obbligandoli nel 1215 alla riedificazione di quanto avevano distrutto dentro e fuori le mura.
Dopo un periodo di dipendenza, a seguito di diverse donazioni dall’Abbazia di Farfa, nel 1192 troviamo annoverato Stroncone nel “Liber Censuum” di Cencio Camerario, come tributario della Chiesa Romana, per l’annuo censo di 100 soldi.
La fedeltà di Stroncone alla Chiesa divenne nel tempo costante, ed esso restò sempre fedele al Papa, come testimonia lo stemma del comune su cui compaiono la croce bianca su fondo rosso e le chiavi pontificie.  
Nel 1394, la rocca fu occupata da Pandolfo III Malatesta e nel 1404 da Andrea Tomacelli, fratello di Papa Bonifacio IX, e a seguito di questa occupazione, per liberarsi dal presidio signorile, gli stessi Stronconesi distrussero il paese. Dalla fine del XVI secolo, dopo la riforma amministrativa dello Stato Pontificio di Sisto V, il paese fu sottoposto direttamente alla Camera Apostolica, che dipendeva dal pontefice stesso ed era governata da un commissario apostolico residente. 
Nel 1799 Stroncone resistette per sette giorni agli assalti dei francesi, per poi capitolare l’ottavo giorno alle truppe napoleoniche guidate dal generale Jablonowski. La capitolazione venne concordata con alcuni assediati stremati, ma in tale occasione, il borgo dovette subire uno spietato saccheggio.
Nel 1861 Stroncone divenne municipio del Regno d’Italia, perdendo la sua autonomia e nel 1927 fu unita al comune di Terni, per poi riconquistare nuovamente l’autonomia nel 1947.

Chiesa di San Nicolò

Da visitare…

Per il visitatore che giunge a Stroncone, lo stesso centro storico è un vero e proprio museo a cielo aperto.

In Piazza della Libertà, si trova la “Fontana delle tre Tazze” realizzata nel 1559, caratterizzata da un timpano triangolare centrale, due delfini laterali a bassorilievo, tre vasche ovoidali sormontate da protomi leonine.

Fontana delle Tre Tazze

Entrando nella porta principale del paese, si giunge in Piazza San Giovanni che ospita l’antico pozzo medievale e l’Oratorio di San Giovanni Decollato, un autentico scrigno di arte ed architettura, che conserva al suo interno pregevoli affreschi raffiguranti episodi della vita del Battista ed una pala d’altare che ne rappresenta il martirio, opera di Giuseppe Bastiani da Macerata. I due fratelli Stronconesi, Gregorio e Cristoforo Grimani, sono invece gli autori degli eleganti stucchi che ornano la volta.

Oratorio di San Giovanni Decollato

Salendo lungo Via dell’Arringo, dove si trova l’Archivio Storico Notarile del Comune, al cui interno sono custoditi antichi documenti notarili, catasti, registri parrocchiali risalenti anche al XIII secolo, si giunge alla Chiesa Collegiata di S. Nicolò. Dalla facciata romanica, tra le più antiche di Stroncone, venne donata nel 1181 all’abbazia di San Benedetto in Fundis dai consoli stronconesi, al suo interno è possibile ammirare dipinti ed affreschi del XVII e XVIII secolo, il tabernacolo in marmo degli olii santi, e, nella sacrestia, il polittico raffigurante l’incoronazione della Vergine, opera di Rinaldo da Calvi (1520-1521).

Il Palazzo Comunale, con la caratteristica scalinata sulle cui pareti è possibile ammirare anche reperti di origine romana, conserva al suo interno, i preziosi nove codici miniati databili al XIV e XV secolo, denominati “Corali”. Di notevole valore per l’aspetto storico, artistico e musicale, i codici vennero scoperti dallo storico locale Luigi Lanzi alla fine dell’800, il quale, dalle due chiese collegiate di San Michele Arcangelo e di San Nicolò, lì portò nel Palazzo Comunale.

I Corali di Stroncone

In Piazza della Torre si trova invece l’antica Chiesa della Madonna del Gonfalone. La data di costruzione è sconosciuta, un tempo al suo interno era custodito il gonfalone comunale, in quanto la chiesa, per la sua elevata posizione, non si prestava a facili attacchi da parte dei nemici. All’interno è possibile ammirare pregevoli opere d’arte tra cui due tele raffiguranti S. Biagio e S. Giorgio, eseguite da Giuseppe Bastiani da Macerata.


A Stroncone inoltre si trova anche il Museo di Storia Naturale che ospita collezioni paleontologiche, geologiche, etnologiche e zoologiche, il Sacrario ai Caduti, che custodisce al suo interno circa quattrocento pezzi fra cimeli storici, armi bianche, materiale d’armamento (armi da fuoco e loro parti), parti di equipaggiamento, munizionamento, congegni e lettere; e l’ Antica bottega di Falegnameria, fedele riproduzione di un’ antica bottega orginale.


Per le vie del paese ancora, la Chiesa di San Michele Arcangelo, a pianta basilicale a tre navate, denominata anche chiesa madre in quanto contenente la fonte battesimale, che compare già nel Regesto Farfense di Gregorio da Catino nel 1012, oggi purtroppo inagibile. Palazzo Vici si affaccia sull’omonima via, un tempo convento delle suore francescane del Bambin Gesù, offre l’esempio di un’antica residenza gentilizia, Via Giovanni Salvati con la sua magnifica vista sulle montagne circostanti ci conduce fino a Porta Reatina (o Capraia). Da Piazza Fontana Vecchia, poi, si può salire, immersi nel verde, verso l’affascinante area naturalistica di Cimitelle che ospita castagni secolari e la località dei Prati, con i suoi 1000 metri circa di altitudine, una vera e propria oasi per tutti gli amanti della montagna e dello sport all’aria aperta: trekking, mountain bike, equitazione sono solo alcune delle attività praticabili in questo luogo quasi incontaminato. Tra queste montagne è possibile percorrere il sentiero francescano, il camino dei Protomartiri francescani (uno di essi, Ottone, era originario di Stroncone), e riscoprire le tracce di San Bernardino da Siena.

Riscendendo, non potrà mancare una visita presso l’antico convento di San Francesco, fondato secondo la tradizione proprio dal Poverello d’Assisi nel 1213, nelle cui cappelle esterne è possibile ammirare un affresco di Tiberio d’Assisi risalente al 1509 raffigurante la Madonna in Trono con Bambino e quattro santi, la statua lignea di San Sebastiano del XV secolo e scene tratte dalla vita di S. Antonio Abate. All’interno vari dipinti del ‘600, un affresco di scuola umbra del ‘400 raffigurante Madonna in trono con Gesù lattante, due angeli e San Francesco. Nell’altare della cappella dedicata a San Diego, si custodisce l’urna con il corpo incorrotto del Beato Antonio Vici, patrono di Stroncone, titolo che condivide con San Michele Arcangelo.

Convento di San Francesco

 

A pochi passi da Stroncone, vicino alla chiesetta di Santa Lucia, è possibile visitare anche l’Osservatorio Astronomico, costruito negli anni 80 ed attualmente iscritto al Minor Planet Center con la sigla MPC 589. I campi principali sono la ricerca di asteroidi, supernovae e fotometria su stelle simbiotiche. Il primo asteroide che è stato scoperto nel 1993, porta il nome di Stroncone (n. 5609). Per info sull’osservatorio è possibile consultare il sito www.mpc589.com.

Meritano inoltre una visita i ruderi dell’Abbazia di San Benedetto in Fundis, testimonianza dell’antica presenza benedettina, il Monastero di San Simeone, e le quattro frazioni, che conservano, a loro volta, preziose opere d’arte e testimonianze di un significativo passato.

Monastero di San Simeone

Aguzzo, con la chiesa risalente al XII secolo dedicata a San Pietro Apostolo;

Coppe, con la Cripta di San Biagio dove è possibile ammirare un affresco del ‘400 raffigurante Madonna in trono con Bambino ed ai lati San Giovanni Battista ed un altro santo che la tradizione popolare identifica con il patrono della frazione, San Biagio; e l’imponente palazzo baronale, un tempo proprietà dei Cardoli, ed oggi della famiglia Malvetani;

Finocchieto, che conserva ancora oggi la struttura dell’antico castello circondato da mura e al cui interno del centro storico sorge la chiesa intitolata al patrono San Vincenzo, diacono di Saragozza, martirizzato nel IV secolo durante l’impero di Diocleziano. Appena fuori dall’abitato, una chiesina rurale ad unica navata del 1649 intitolata alla Madonna del Carmine, e poco lontano il piccolo oratorio dedicato alla Vergine edificato nel 1530;

Vasciano, il cui antico castello è contornato da boschi di faggi, carpini, felci e querce che salgono oltre i mille metri, in cui è possibile visitare la chiesa parrocchiale del XII secolo riccamente affrescata dedicata a San Biagio, e la Rocca. Nel 1570 diede i natali al grande musicista Asprilio Pacelli.

Vasciano – La Rocca

 

Eventi e manifestazioni

Nel corso dell’anno diversi gli eventi e le manifestazioni che vedono protagonista l’intero territorio Comunale: dall’infiorata del Corpus Domini, alla Festa della Castagna ed il tradizionale Pane & Olio, alle sagre che vedono protagoniste le frazioni di Finocchieto, Aguzzo e Coppe, ai festeggiamenti dei rispettivi patroni, all’Agosto Stronconese, nella seconda metà di agosto, in cui sacro e profano si mescolano in giornate di eventi e buon cibo alla riscoperta della storia locale.

Il tradizionale corteo storico, rievoca il rientro avvenuto nel 1809 della salma del Beato Antonio Vici a Stroncone, per merito Padre Angelico Coletti e di venti giovani stronconesi, che da Assisi ricondussero le spoglie in paese, con un viaggio durato tre giorni, percorrendo circa 80 km di strade dissestate tra Assisi e Stroncone.

Secondo la tradizione, un anno dopo dalla morte del beato, il 7 febbraio 1462, un raggio di luce uscì dal sepolcro in cui il santo era stato deposto nella tomba comune dei frati nella chiesa di San Damiano di Assisi, ed un bambino lo vide per primo. Tutti i frati accorsero per vedere il portento, ed aperta la tomba, trovarono il corpo incorrotto che emanava un forte profumo. Iniziò così il culto del beato.

Agosto Stronconese – Corteo Storico 2019


Il gemellaggio con Voves

Dal 2007, il Comune di Stroncone è gemellato con il comune francese di Voves, situato nel dipartimento dell’Eure-et-Loir, nella regione del Centro-Valle della Loira.

Un importante patto d’amicizia, ormai consolidato, e che si rinnova ogni anno con iniziative e scambi che coinvolgono i rispettivi cittadini e le rispettive tradizioni e culture.


 

Fonti ed approfondimenti

Foto di Alessandro Mari, Paolo Massoli, Roberto Perquoti, Annalisa Spezzi.

Calvi dell’Umbria

Giunti a Calvi dell’Umbria, sulla piazza principale ci attende una splendida e imponente costruzione, unica nel suo genere, si tratta della facciata di due chiese contigue, magistralmente armonizzate dal genio dell’architetto Fernando Fuga nel 1742. Le due chiese sono come due scrigni per ciò che troviamo all’interno: la chiesa di destra è dedicata a S. Brigida, in stile barocco, mentre quella di sinistra è dedicata a S. Antonio Abate. In quest’ultima si conserva un pregevolissimo presepe in terracotta policroma invetriata risalente al 1545, opera di due fratelli abruzzesi, Giacomo e Raffaele da Montereale.

 

 

 

Il presepe monumentale, le mostre dei presepi esposti nel monastero, i numerosi murales con il tema della natività e il presepe vivente che ogni anno si rappresenta nella frazione di S. Maria della Neve, hanno fatto guadagnare a Calvi l’appellativo di “Il Paese dei Presepi” e a buon titolo lo merita!

  

  

  

 

La facciata delle due chiese è la parte più avanzata di un complesso monastico dalle enormi dimensioni, il fabbricato si snoda lungo uno stupendo giardino e si affaccia su circa due ettari di terreno completamente recintati da alte mura che servivano per proteggere la clausura delle suore orsoline, che vi hanno a lungo stanziato. Oggi il monastero è sede del Comune di Calvi dell’Umbria, del complesso museale, archivistico e della zona espositiva e congressuale del paese; una vera risorsa, dove si svolgono le più svariate attività culturali. Interessantissimi sono gli ambienti sotterranei del monastero, dalle cisterne per la raccolta dell’acqua, ai luoghi per la conservazione degli alimenti, alle cucine, ai forni e alle dispense. 

 

   

    

     

 

Tante sono le chiese sparse nella campagna del territorio calvese, officiate ormai soltanto nel giorno della festa del Santo a cui sono intitolate. La Chiesa parrocchiale di Calvi è intitolata a S. Maria Assunta e S. Valentino, è antichissima, menzionata nei documenti archivistici a partire dal XIV secolo, conserva al suo interno bellissime pale d’altare e una cripta sotto il transetto laterale. Numerose le feste che vi si celebrano, animate dalle Confraternite tutt’ora presenti in Paese. Da ricordare per gli effetti scenografici, oltre che devozionali, la festa di S. Antonio Abate con la benedizione degli animali e dei mezzi agricoli, il Corpus Domini con la sua preziosissima infiorata per le vie del paese e la festa della Madonna Assunta in cielo con una processione notturna illuminata da fiaccole lignee. 

    

     

    

  

 

Il Paese conserva intatta la sua parte antica con le viuzze che si snodano e si allargano in piazzole dai panorami incantevoli che guardano sia i monti Martani, sia i monti Cimini e più in basso la campagna umbro-sabina dove all’orizzonte svetta solitario il monte Soratte. La parte del Paese verso la montagna è edificata di recente e presenta una pregevole zona residenziale e gli impianti sportivi. 

    

    

 

Numerose le manifestazioni sociali e culturali che si svolgono nel paese o nelle frazioni limitrofe, dalle varie sagre ispirate a prodotti tipici locali, alla festa della birra che si svolge a fine agosto, al “Labirinto” per vivere nei vicoli di Calvi le emozioni suscitate da tanti artisti provenienti da tutto il mondo, alla variopinta mostra mercato “Tra pomi e fiori” a settembre. 

 

     

    

  

 

Il territorio di Calvi è caratterizzato da morbide vallate che guardano verso il Tevere, ma vi è anche un cospicuo patrimonio boschivo con un’unica imponente montagna: S. Pancrazio. Il nome, il luogo, il Santo, la festa, le leggende e la tradizione si fondono e si confondono in una dolce armonia. Il Santo Patrono, Pancrazio, si festeggia il 12 Maggio e a Calvi “è l’evento”, 4 giornate cariche di storia, di devozione, di tradizione e di incontri. Si inizia l’11 pomeriggio, il giorno della Vigilia, con l’incontro dei 4 Signorini che rappresentano il Santo e provengono ciascuno dalle 4 contrade del Paese: le Fiamme, il Drago, la Croce e il Castello. Una lunga teoria di personaggi in costume sfila per le vie del paese a ricordare l’antica processione che è conseguita alla consegna della reliquia di S. Pancrazio nel 1646; si tratta di un frammento osseo dell’avambraccio, incastonato in un braccio argentato. Nel corteo sono rappresentate tutte le autorità civili, religiose e militari dell’epoca e a seguire tutte le quattro contrade esprimono il Santo, impersonato da un ragazzino a cavallo, il Signorino, vestito da soldato romano e tra le varie figure e ornamenti, spiccano di certo gli Stendardi, due bianchi e due rossi (denotano la purezza e il martirio di S. Pancrazio) che da vessillo della Terra, sono assurti a oggetto devozionale, rappresentando S. Pancrazio su di un cavallo rampante, ma anche simbolo delle Terre e del possesso pacifico della montagna.

 

       

  

 

Nella prima serata della festa nella piazza principale il sindaco consegna i poteri civili ai connestabili della festa e alle loro “madonne” affida le chiavi del castello. A seguire, tutto il corteo storico si reca nelle “tavolate” per consumare buonissimi cibi tradizionali. Nella tarda serata, sempre sulla platea maior vengono “vestiti” gli stendardi, si tratta di una cerimonia unica nel suo genere: le grandi bandiere vengono infilate nelle aste al buio, mentre il sacerdote fa una breve omelia, il Signorino recita la preghiera di S. Pancrazio ed infine il Sindaco affida i 4 gonfaloni ai gonfalonieri al grido di: “Evviva S. Pancrazio”. La piazza si illumina d’improvviso, centinaia di lampadine che corrono lungo “l’asso di coppe” sono accese, i gonfalonieri alzano e distendono i 4 stendardi, la folla applaude commossa, mentre vengono fatti esplodere mortaretti e fuochi d’artificio. Il momento è da brivido! 

 

   

   

  

 

Tutta la festa è carica di simbolismi religiosi, devozionali e rievocazioni storiche. Sicuramente da non perdere è la giornata del 12 Maggio che si apre con la S. Messa celebrata in piazza a cui segue la partenza del primo Signorino a cavallo, di corsa, per la montagna di S. Pancrazio. Dire che è un momento emozionante, significa ridurre di gran lunga la trepidazione che si prova in quel particolare momento della festa. Nel pomeriggio il primo Signorino torna dalla montagna e nuovamente, di corsa, si riaggrega agli altri tre Signorini e rispettivi cortei che sono andati ad incontrarlo; giunti processionalmente in piazza, si svolge un “carosello”, dei giri di corsa a cavallo, intorno agli Stendardi, tornati sani e salvi dalla montagna. 

 

  

  

  

 

  

 

 

Il giorno 13 Maggio è il giorno del “Braccio”, della reliquia di S. Pancrazio, in questa giornata si fa una splendida processione con i Signorini a cavallo che sfilano per le viuzze e per le scalette del Paese. Il giorno 14 è il giorno dei “Conti”, si fa il resoconto della festa, si distribuiscono le fettucce, ossia i nastri bianchi e rossi che assicuravano gli Stendardi alle aste e si estraggono i nomi delle figure più rilevanti della festa per l’anno successivo. La domenica successiva si svolge l’avvincente Giostra delle Contrade presso il campo sportivo, una sfida di abilità tra cavalieri. La festa di S. Pancrazio si può vedere da turista il primo anno, poi si torna l’anno successivo e si inizia a sentirla e a viverla da calvese! Non si può, infatti, rimanere indifferenti al grido di: “Evviva S. Pancrazio”. 

 

    

 

 

Video Festa San Pancrazio dal 2010 al 2019 - YouTube

Foto e video gentilmente concessi da: FotoArt di Annalisa Matticari

Corsa all'anello

La Corsa all’Anello di Narni è una festa storica nata nel 1969 e dedicata al Santo Patrono Giovenale, primo vescovo della città. Nelle due settimane antecedenti la seconda domenica di maggio, quando avviene l’attesa giostra equestre in cui si sfidano nove cavalieri, la città si veste di Medioevo e con la macchina del tempo catapulta la sua atmosfera e le sue vie nel lontano 1371, anno al quale si ispira la festa del patrono.
La storia - Negli statuti comunali dell’anno in questione si legge infatti di giochi popolari e sfide cavalleresche organizzate nei primi giorni di maggio per onorare San Giovenale. Nell’antico documento, il “De anulo argenteo currendo” viene indicato come il palio più importante ed ambito, riservato ai migliori cavalieri del territorio che si contendevano il ricco premio di “cento soldi cortonesi” cercando di infilare con una lancia, al galoppo, un piccolo anello di ferro sospeso in aria. Ora, la tradizione della gara viene mantenuta nella spettacolare corsa storica che ha luogo proprio il 3 maggio, giorno del patrono, nell’antica Platea Major (piazza dei Priori), ma la vera Corsa all’Anello, pur traendo origine da ciò, presenta regole moderne e viene disputata allo stadio San Girolamo (Campo de li Giochi) la seconda domenica di maggio.

I terzieri - I tre terzieri che si contendono l’anello d’argento sono Mezule, che presenta i colori bianconeri, Fraporta, con i colori rossoblù e Santa Maria, dal vessillo arancio viola. Ogni terziere dispone di una propria scuderia, in cui si allenano i cavalieri e dove vengono mantenuti in forma i cavalli per la corsa, di una propria sartoria per la preparazione rigorosamente storica degli abiti per il grande corteo storico o per le rappresentazioni, di uno o più gruppi storici (arcieri, danzatrici, sbandieratori, musici e spadaccini che per tutta la festa si esibiscono nelle vie e nelle piazze) e delle tipiche osterie, ovvero taverne che riproducono quelle dell'epoca della festa e che rappresentano, di fatto, l'unica fonte di finanziamento per i terzieri. La rivalità dei rioni che sono dislocati nella parte “de sopra” (Mezule), “de mezzo” (Fraporta) e “de sotto” (Santa Maria) del centro storico, anima tutta la Corsa all'Anello e non si ferma al solo evento agonistico, ma colora di eventi e goliardia l'intera festa .

La Corsa all’Anello – La gara equestre, che rappresenta il momento più avvincente della festa dedicata al patrono, si svolge la seconda domenica di maggio e rappresenta la contesa dell’ambito anello d’argento tra i terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria. Nell’avvincente gara i cavalieri (tre per ogni terziere) si scontrano in un duello diretto. La gara consiste nell'infilare con la lancia un anello sospeso su un braccio meccanico. La caratteristica della corsa è la velocità e la tecnica. Ciascun fantino di terziere deve battere quello dell’altro terziere sul tempo per arrivare prima ad infilare l’anello. Rapidità, buona mira e freddezza sono le armi vincenti del cavaliere che deve infilare l’anello di 10 cm di diametro al galoppo. Un dispositivo elettronico sgancia automaticamente l'anello avversario quando al terzo giro l'altro viene preso dal primo dei cavalieri che arriva sul porta anelli. La gara si svolge su un tracciato ellissoidale dove ciascun fantino sfida gli altri con gare uno contro uno su tre giri e tre tornate. Ogni anello conquistato ha un punteggio, vince il terziere che al termine delle tornate ha totalizzato più punti. I cavalli riescono a compiere i tre giri in meno di 28 secondi. La gara si svolge in tre tornate, ognuna formata da tre gare dirette e decreterà il vincitore dell’anello che, secondo quando annunciato nel bando il primo giorno della festa, “ne vanterà gloria per l’anno intero”.

 Il corteo storico – La sera antecedente la corsa a partire dalle 21 si svolgerà il grande corteo storico, considerato uno dei più belli d’Italia sia per il suo impatto visivo che per la ricerca storica condotta sugli abiti, filologicamente attinenti all’epoca. La sfilata conterà come di consueto la presenza di più di settecento figuranti e riproporrà per tradizione la processione in onore di San Giovenale del 1371. Il corteo rappresenta senza dubbio uno degli spettacoli più suggestivi della Corsa all’Anello. Le antiche vie della città illuminate dal chiarore delle fiaccole, animate dallo sventolio delle bandiere, tornano a sognarsi antiche. I settecento costumanti, tutti ricostruiti dopo un capillare lavoro di ricerca sul personaggio e sul costume, ricreano un immaginario che riporta alla processione del lontano 3 maggio 1371. Apre il corteo, come da tradizione, il suono dei musici, il gruppo delle magistrature comunali e pontificie con i propri gonfaloni e stendardi, quindi i terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria secondo l’ordine di arrivo alla Corsa all’Anello dell’anno precedente, con i gruppi delle fanfare, le autorità, le rappresentanze militari, i cavalieri della corsa, le corporazioni delle arti e le nobili casate delle antiche famiglie.

Gli altri eventi – Oltre alla Corsa all’Anello ed al corteo storico, oltre cento eventi si snodano per tutta la durata della festa e spaziano dalle giornate medievali, fino ad arrivare agli spettacoli dei gruppi artistici e culturali, alle mostre, al mercato medievale ed alle ricostruzioni delle ambientazioni medievali nelle vie e nelle piazze che tra antichi mestieri, fiaccole e bandiere rendono la festa ancora più magica. La Corsa all’Anello inizia tutti gli anni con la lettura del bando che secondo gli antichi statuti sanciva l’inizio della sfida tra Mezule, Fraporta e Santa Maria con l’apertura delle tipiche taverne e dei forni, dove si possono gustare i piatti della tradizione. Giornate clou sono quelle dedicate al patrono San Giovenale. Il 2 maggio in Cattedrale si può assistere all’offerta dei ceri ed alla liberazione del prigioniero ed il 3 maggio, giorno del santo patrono, ci sono la messa e la processione con il busto del santo e la corsa storica in piazza dei Priori. Nei giorni antecedenti al corteo storico si svolgono anche le suggestive benedizioni dei cavalieri dei terzieri.

   

  

  

Per saperne di più:  https://www.corsallanello.it/

Avigliano Umbro: natura, archeologia, storia, arte

Avigliano Umbro è, per nascita (1975), l’ultimo comune dell’Umbria. 

Distante e al centro del triangolo Amelia, Orvieto, Todi conserva nel suo paesaggio i segni del lavoro dell’uomo non manomessi dall’invasione edilizia o da dirompenti vie di comunicazione. Il respiro della natura è intenso in queste colline coperte da boschi di castagni e di querce e nei campi ordinati in coltivazioni che continuano tradizioni e il consolidato rapporto dell’uomo con la terra. Dal colle Casalini, h 560 slm, la vista può spaziare fino al monte Soratte a sud, al Terminillo ad est, a Todi e, nelle giornate chiare, a Perugia. 

E’ questo un territorio accogliente, la tipica collina umbra seminata di borghi di antica memoria che, nei nomi come Avigliano e Toscolano o nella pianta del centro abitato Dunarobba e Avigliano ricordano l’insediamento romano anche se successivamente ricostruiti. Un territorio vissuto in epoca preistorica, la Grotta Bella di S. Restituta, e che restituisce reperti indicative come il cippo sepolcrale o confinario in loc. Coste con iscrizioni riconducibili all’alfabeto osco.

Il medioevo ha visto la centralità di questa parte dell’Umbria. Dapprima come rifugio dagli insediamenti romano posti sulle vie consolari troppo attraversate da eserciti conquistatori. Sul finire del millennio con il feudo degli Arnolfi sorgono chiese e castelli: Santa Maria ora diruta, parrocchiale di Avigliano dal 1071, S. Vittorina a Dunarobba, dei monaci di Farfa e fonte battesimale di ben 19 parrocchie circostanti, edificio ora in decadimento tra il disinteresse di istituzioni e proprietari, S. Michele Arcangelo a S. Restituta, Sant’Angelo e Sant’Egidio in Avigliano tuttora officiate. 

Questo è tempo di grande vivacità in questo territorio attraversato dalla via Amerina nel tratto Amelia – Todi, via di passaggio neo ‘Corridoio bizantino’ e quindi luogo di transito e di sosta di pellegrini da e per Roma, accolti nei siti francescani di Laguscello e dalle chiese che spesso portano nomi greci, Sant’Agata a Castel dell’Aquila e Sant’Apollinare a Toscolano o nella rocca di Colle Casalini della quale restano un nutrito complesso di ruderi. Il XIII secolo è questo un luogo di contesa tra i comuni di Todi e di Amelia, raccontato oggi dal fortilizio di Collicello contrapposto a Castel dell’Aquila edificato allora dal comune di Todi. 

 Con la riaffermazione del potere della Chiesa nei decenni a cavallo della scoperta dell’America i borghi murati punto di aggregazione di queste popolazioni assumono la veste attuale. Toscolano esempio di architettura militare, a pianta circolare con due porte, a monte e a valle della cinta fortificata. Santa Restituta si distende lungo una scalinata tra la porta a monte e quella a valle. Avigliano presenta una sola porta ed est ed alcune chiese anche fuori dalle mura. Dunarobba conserva al suo interno la parrocchiale di S. Vittorina dirimpetto all’antica omonima pieve. Sismano da antica torre fortezza già proprietà del cardinale Caetani, non ancora Papa Bonifacio VIII, è un feudo di famiglie illustri, gli Atti, gli Anguillara ed infine i Corsini; al centro di un vasto tenimento terriero si costruisce l’attuale castello, in collegamento aereo riservato con la adiacente chiesa di S. Andrea Corsini, tale complesso è ancora oggi esempio tipico di economia curtense, in auge fino agli anni ’60 del secolo scorso. Tra Sismano e Toscolano due testimonianze del sec. XVI di particolare interesse, edificate riattando precedenti residenze di campagna fortificate: la Fortezza Alta maniero già della famiglia Vici, trapiantata da Stroncone a Todi nel ‘500 e da qui ad Avigliano, il castello di Forte Cesare villa rinascimentale  con ampio giardino pensile, già proprietà Atti poi della Congregazione di Propaganda Fide, ora in colpevole decadimento. I numerosi edifici sacri ubicati nei centri abitati e lungo le vie di antica comunicazione conservano molte opere pittoriche, affreschi e tele di grandi pittori dei sec. XVI e XVII tra i quali Pier Matteo di Amelia, Bartolomeo Barbiani, Andrea Polinori, Pietro Paolo Sensini. 

La natura ci ha consegnato esempi irripetibili. Il cosiddetto ‘Acerone’, gigantesco albero monumentale sulla montagna sovrastante S. Restituta, punto di approdo di uccelli migratori. La Foresta Fossile di Dunarobba, complesso paleobotanico nel suo genere unico al mondo che dopo milioni di anni sepolto nelle argille, è stato portato alla luce; un’area ampia di sequoie sempreverdi, ora tronchi di legno ’mummificato’ in posizione eretta: uno scrigno che ci racconta la storia della Terra.

Avigliano Umbro: un territorio da vivere.

Zefferino Cerquaglia

Narni sotterranea

Il desiderio di scoperta è insito in noi, se così non fosse il genere umano non avrebbe raggiunto tanti traguardi.

Proprio grazie a questo desiderio, alcuni speleologi narnesi del gruppo UTEC, nel 1979 si infilarono in un pertugio, fra le macerie di un convento, nei pressi delle loro abitazioni, trovandosi di fronte un frammento di storia sconosciuta.

Da anni nessuno calcava più quel suolo, in ambienti colmi di ragnatele e detriti, ma non sembrava trattarsi di una semplice cantina. Gli occhi dipinti su un affresco furono la chiave per comprendere: erano entrati in una chiesa ipogea dedicata all’Arcangelo Michele, che contava quasi mille anni.

La grande emozione sarebbe comunque esplosa da lì a poco quando, dopo aver rimosso dei mattoni che sigillavano una porta, varcarono una sorta di “Stargate”. Vennero catapultati indietro nel tempo, in stanze sconosciute e dove, nel silenzio, erano rimaste imprigionate le grida di anonimi prigionieri.

Vere e proprie urla senza suono tornavano a farsi sentire attraverso segni grafici incisi su un fragile intonaco di un’angusta prigione. Il gruppetto di giovani esploratori capiva di aver scoperto qualcosa di prezioso ma non riuscivano a capire quanto importante.

La cella e gli altri ambienti erano sotto le macerie di un convento domenicano. Ecco quindi balenare in loro l’idea che potesse trattarsi della Santa Inquisizione ma la loro ipotesi fu immediatamente censurata: mai in nessun testo di storia locale si era parlato di quel tribunale.

Passarono degli anni, durante i quali alcuni ragazzi di quel gruppetto, insieme ad altri, cominciarono a lavorare volontariamente per riportare alla luce i resti ritrovati e, nel 1995, riuscirono ad ottenere una convenzione con l’amministrazione comunale, proprietaria della struttura: nacque così Narni Sotterranea.

Non fu facile per loro far conoscere qualcosa che, fino a poco tempo prima, era del tutto sconosciuto e soprattutto convincere i turisti che là sotto si trovava un patrimonio incredibile.

C’era però un problema importante da risolvere, dare una storia reale a quel luogo e non solo semplici ipotesi da propinare al turista della domenica, mancava la Storia con la S maiuscola e quella poteva essere scritta soltanto facendo indagini archeologiche e d’archivio.

La caparbietà dimostrata per aprire al pubblico il sotterraneo fu elemento essenziale per iniziare una lenta ma costante ricerca ed ecco quindi spalancarsi per loro gli Archivi Vaticani, gli Archivi di Stato di Terni, Spoleto, Perugia, Firenze, Roma, gli archivi domenicani di S. Marco a Firenze e di S. Sabina a Roma e poi la scoperta di una importante mole di documenti, scampati ai saccheggi e conservati al Trinity College di Dublino.

Oggi, dopo oltre 40 anni dalla loro scoperta, quei luoghi hanno una storia, puntuale, ricostruita fin nei minimi particolari, ora tutti sanno che là sotto l’Inquisizione c’era stata davvero.

Grazie ad un lavoro certosino, contraddistinto da grande pazienza e forza di volontà, molte vicende dimenticate sono tornate alla luce. La polvere che aveva fatto sparire ogni traccia è stata rimossa.

Sappiamo per esempio che Narni, così come Terni, dipendeva dal Sant’Uffizio di Spoleto, tribunale secondo soltanto a Perugia. Sappiamo che a Narni gli inquisitori erano i domenicani nel convento di S. Maria Maggiore e a Terni i francescani nel loro convento e poi tutte le altre sedi umbre, decine e poi i loro vicariati, i loro addetti, centinaia di nomi, date, in particolar modo due storie diverse ma legate dallo stesso luogo di reclusione.

Un caporale degli “sbirri” dell’inquisizione spoletina, con conoscenze esoterico massoniche, che lasciò un testamento graffito sulle pareti della segreta e un contadino originario di Todi che, preso per bigamia, si trasformò in omicida per scappare dalla stessa prigione, fatti riemersi e oggi raccolti in tre importanti volumi:

R. Nini, Il Sant’Uffizio di Spoleto, Foligno 2015

R. Nini, Alla ricerca della verità, Terni 2016

R. Nini, Il bigamo di Narni, Foligno 2020

 

 

 

                        

                        

                        

                        

                        

                     

               

             

             

Visita guidata “virtuale” a Collescipoli tra beni culturali, artistici e ambientali
A cura di Cristina Sabina

Molte le testimonianze locali che fanno riferimento a spaccati di vita dei secoli trascorsi. Un drappo finemente ricamato e un affresco dell'abitato di Collescipoli, gli alberi di gelso in Via Castello e la fontana di ghisa in Piazza Risorgimento rappresentano soltanto alcuni dei numerosi esempi che documentano come si viveva e storia economica, mutamenti sociali e archeologia industriale e, soprattutto, una consolidata vocazione all'arte e al rispetto ambientale.

La tovaglia costituita da tele sottili di canapa e lino, è un paramento sacro di copertura. Conservata nella chiesa di S. Nicolò, fu progettata e ricamata con elevata definizione da una qualificata équipe di artiste che con aghi e fili espressero nei 32 riquadri storie di Santi, della Vergine e di Gesù. In alcune immagini si possono ammirare costumi d'epoca e nell‘insieme si percepisce un capolavoro sacro-didascalico elaborato forse nei primi decenni del 1600, radicato nel lontano e raffinato mondo della “cultura tessile” collescipolana. Un mondo che partiva dalla coltivazione e dalla trasformazione della pianta della canapa e, attraverso la filatura e tessitura di questa fibra, giungeva a manufatti di vario tipo e alla loro decorazione. Nello stesso manufatto merita peraltro attenzione il tipo di incorniciatura, che aggiunge luminosità ai singoli contenuti, esaltando la bellezza della visione d'insieme. Per simulare effetti di chiaro-scuro, intorno ad ogni riquadro, le artiste-ricamatrici congiunsero losanghe di tela compatta, con contrasti fortemente graduati (avorio e terra bruciata), mentre decorarono i margini esterni con strisce di tela rada e frangia, impreziosite da ricami di tralci di foglie di vite e melagrane disposte anche a grappolo: una composizione naturalistica che richiama ai simboli della prosperità e della fertilità.

                                        

 

Sempre in S. Nicolò, sulla volta della sacrestia, in un unico affresco sono rappresentati la Gloria del Santo, l'abitato di Collescipoli, la campagna circostante ed un cartiglio con firma e data: “Giuseppe Guarino 1668”. Nella fascia centrale, tra paese e paesaggio lungo la strada che collega lo spazio rurale all'abitato, è appena visibile il rientro degli agricoltori: poche persone isolate, alcuni animali da cavalcatura, due donne con “roba in testa”, di cui quella posizionata verso il margine destro, sembra tendere un braccio e trattenere legato un animale di piccola taglia, sicuramente un maiale. Nella rappresentazione dell'abitato merita una sottolineatura la presenza di tre “palombare”, costruzioni svettanti adibite all'allevamento dei colombi domestici, il cui guano era utilizzato come fertilizzante esclusivo per le canapine.

 

                                                

 

I mori celsi, le celse o le more, ossia i gelsi allineati lungo la strada di circonvallazione delle Mura Grandi e Piccole, ben 270 al momento dell'impianto realizzato poco dopo il 1861 su progetto dell'ingegner Domenico Giannelli, fornivano foraggio esclusivo per l'allevamento dei bachi da seta. Molte famiglie non proprietarie di terreni e residenti all'interno dell'incasato, non appena la piantagione matura iniziò a dare i suoi frutti, ne utilizzarono la “foglia”. Ebbero così la possibilità di trasformarsi in tante piccole imprese, trovando nella bachicoltura incentivi e fonte di guadagno fino al primo trentennio del Novecento, quando più rapidi processi di produzione azzerarono o quasi questo tipo di lavoro artigianale.         

 

                                   

 

La Fontana di Piazza Risorgimento è invece simbolo di uno dei più rivoluzionari passaggi delle trasformazioni storiche e della capacità di risolvere problematiche nuove. Sintetizza l'evoluzione economica e sociale di fine ottocento, quando industrializzazione ed immigrazione operaia, affollamento all'interno del paese e precarietà igienica resero necessaria la pianificazione di una migliore vivibilità ambientale. La costruzione dell'acquedotto, della rete fognaria, della rete elettrica e telefonica costituirono le più innovative conquiste igieniche e sociali di cui beneficiò il vissuto quotidiano. La “Fontana di mostra a bacino a doppio getto continuo”, impiantata insieme all'acquedotto del 1902, venne fusa dalla SAFFAT (Società Alti Forni Fonderie Acciaierie Terni), sullo stampo esclusivo che l'azienda utilizzava anche per altre richieste.
 

 

In questa rapida panoramica di arte e artigianato, di archeologia industriale e attestazioni ambientali, i vari esempi di microstoria rammentano ancora tutti coloro che, attraversando fatiche, lavoro e cultura hanno contribuito alla continuità con apporti diversi, tenacemente sostenuti. Nello stesso tempo alcune attestazioni si legano alla grande storia, perché, se l'impianto dei gelsi risale all'Unità d'Italia (150° anniversario nel 2011), la Fontana di Piazza Risorgimento si associa alla prima grande rivoluzione industriale avvenuta negli ultimi decenni del 1800 nell'area ternana.