bct touring

In viaggio con il cuore e con il mouse

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Scopriamo la nostra bella Umbria meridionale un po’ per volta, a piccoli passi e a file leggeri.
Tanti luoghi, tante atmosfere e tanta gente. Siamo meravigliosamente orgogliosi della nostra terra e la raccontiamo in maniera unica, a volte con gli occhi lucidi, perché siamo consapevoli che tanto dobbiamo ai nostri luoghi cari. I ricordi spesso si impossessano dell’odierno più della realtà attuale e ci fanno tornare indietro nel tempo quando tutto sembrava più bello e più genuino. In ogni posto c’è una festa, un detto, un luogo, un edificio che lo rende unico e speciale agli occhi di chi scrive e di chi legge.
Vogliamo far conoscere i borghi, le contrade e le cittadelle nei dintorni di Terni per poter viaggiare virtualmente e scoprire o riscoprire luoghi che conosciamo o di cui abbiamo sentito solo parlare. Lo faremo attraverso i racconti, le ricerche d’archivio e le immagini. 
Viaggiare, per credere.
Se volete descrivere un luogo che vi è caro o volete raccontare una storia del vostro paese, scrivete una mail a bctfondolocale@comune.terni.it

 

 

Macchie 

di Emilio Lucci

Fino a pochi decenni fa Macchie era un paesino pressoché isolato, collegato con Amelia da una strada talmente malridotta e addirittura priva di un ponte per l’attraversamento del Rio Grande, tale da suscitare reiterate proteste, che finirono addirittura sulle schede elettorali dei primi anni Sessanta del Novecento, così da decretarne l’annullamento.
Ma non era stato sempre così.
Il paese, il castello doveva essere sorto intorno ai secoli X-XI, nell’ambito di quel fenomeno di incastellamento magistralmente descritto da Pierre Toubert (Les structures du Latium médiéval) valido per il Lazio e la Sabina, ma anche per quella parte dell’Umbria meridionale adiacente alla Sabina medesima. Forse ne furono autori i monaci che dipendevano dall’abbazia di Farfa e che in situ possedevano allora l’imponente abbazia di San Valentino in plano, sotto Alviano, con l’annessa dipendenza dell’Eremo della Valle del Ceraso, poco a nord di Macchie, e poi i castelli di Stablamone (oggi denominati Poggette e Castelfranco), al di là delle piccole colline che dividevano il territorio di Macchie da quelli di Canale e Sambucetole. Con la perdita di questi territori da parte della potente abbazia farfense, in seguito alla “lotta per le investiture”, alla fine del secolo XII, il castello di Macchie dovette entrare a far parte del territorio del nascente comune di Amelia e dovette costituirne il baluardo verso nord, a controllo soprattutto della strada che, dalla zona di Frattuccia-Castel dell’Aquila, metteva in comunicazione l’antica Via Amerina con la pianura del Tevere, una delle famose vie delle pecore, usate dai pastori per portare le loro greggi dall’Appenino umbro marchigiano a svernare nella Maremma viterbese. La strada era uno di quei percorsi medievali usati da pastori e contadini fino a pochi decenni fa, invasi poi dalle sterpaglie e ora ripristinati, almeno in parte, ma percorribili solo con mezzi fuoristrada.
Non dobbiamo meravigliarci dell’importanza che tali vie godevano mille anni fa quando, una strada larga due metri, o anche meno, poteva essere percorsa anche da un corteo imperiale, che scendeva dalla Germania a Roma, dove l’imperatore, appunto, sperava di ricevere dal papa l’ambita corona.
Fin qui siamo però nell’ambito delle deduzioni.
I documenti, quelli sopravvissuti a mille anni di guerre, di scorrerie, di incendi e di incurie umane, arrivano ben dopo. Il primo che ci parla di Macchie è una Bolla pontificia del 1237, che impone a Todi di lasciare liberi i castelli di Canale, Lacuscello, Massano, Stablamone e, appunto, Macchie per violentiam occupata, cioè, occupati militarmente durante una delle continue guerricciole scoppiate tra Todi, Amelia ed Orvieto.
Macchie allora, come tutto il territorio del comune di Amelia, faceva parte del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, una suddivisione amministrativa di quello che è conosciuto dai più come Stato della Chiesa. E nell’ambito del Patrimonio anche Macchie aveva l’obbligo di presenziare alle riunioni del Parlamento, convocato di solito a Montefiacone dal Rettore, con alcuni suoi rappresentanti, come i castelli vicini, come i paesi più grandi, magari ceduti dalla Chiesa in feudo ad Orsini, Colonna, o a qualche altro signore. E come gli altri castelli anche Macchie era tenuto a versare le tasse: per il focatico Macchie doveva poco meno di una libra (26 denari) segno evidente del piccolo numero di abitanti (Fornole, ad esempio, versava 2 libre e mezza, Montecampano 5, Porchiano 12). C’erano poi i doveri verso il comune capoluogo; così nel 1330 anche Macchie, deve fornire una fornace di calce per la sistemazione della para, che già allora sbarrava il corso del Rio Grande; e nel 1328, durante la discesa in Italia di Ludovico il Bavaro, l’imperatore che aveva cercato di mettersi contro il papa di Avignone e aveva eletto un antipapa e anche un antivescovo di Amelia, il comune aveva inviato a Macchie un castellano a capo di diversi soldati per evitare che nascessero disordini tra opposte fazioni.
Ma il periodo in cui il castello compare di più nei documenti è quello tra la fine del secolo quattordicesimo e l’inizio del quindicesimo, quando tutta la zone è interessata dalle scorrerie di bande armate rivali, le cosiddette Compagnie di ventura, al soldo di Capitani anche famosi, da Braccio da Montone a Muzio Attendolo Sforza, da Niccolò Piccinino a Paolo Orsini, a Niccolò della Stella, a Francesco Sforza, a Jacopo Piccinino e altri ancora.
Già nel 1396 il comune di Amelia cerca soldi per stipendiare i soldati messi a guardia di Macchie, come di Collicello e Frattuccia, come pure per comprare frecce, verrettoni e polvere da sparo per una bombarda. Così tre anni dopo (1399) lo stesso Comune cerca di porre un freno alle scorrerie dei capitani Broglia e Brandolino mettendo un corpo di guardia anche a Macchie; e quando, ormai in pieno Scisma di occidente, che aveva portato a scontrarsi tra loro due papi, uno a Roma e l’altro ad Avignone, con le rispettive Compagnie che li sostenevano, Macchie continuava ad essere il fulcro della difesa dei confini settentrionali del Comune e anche il bersaglio di quei Bretoni che da Soriano difendevano i diritti del papa avignonese (Benedetto XIII, antipapa dal 1394 al 1417) e che nel 1409 devastarono il castello bruciando e depredando quanto cadeva nelle loro mani.
Arrivò poi il periodo di Ladislao, re di Napoli, il quale, approfittando del marasma esistente in tutta l’Italia centro-meridionale, cercò di allargare il suo dominio fino a Roma, fino alle città del Patrimonio, tra cui Amelia, fino a Perugia; cittadine come Amelia, e ancor più i castelli come Macchie, hanno come loro unico scopo quello di difendersi dalle scorrerie dei vari Paolo Orsini (ad Orte con Ladislao), Ulisse Orsini di Mugnano, i conti di Anguillara, Ugolino d’Alviano tutti pronti a passare da un campo all’altro secondo le personali convenienze. Dal comune di Amelia arriva al massimo l’avvertimento qualiter deberent se bene custodire … propter novum numptiatum in communi quod debebamus incursari (stiano attenti i macchianesi e si difendano perché in comune sono arrivate notizie che presto ci sarà una nuova scorreria); scorreria condotta da milizie di Muzio Sforza che nel settembre 1409 lasciò sul terreno diversi macchianesi mentre un numero imprecisato di prigionieri fu costretto a seguire gli assalitori. A contendere il controllo di Macchie ai suoi avversari arriva anche la Compagnia di Braccio da Montone (1412) contro il quale si cerca di fortificare ancora le mura, di metterne a gurdia qualche milite armato ma, soprattutto, di inviare regali al capitano di turno implorandolo di non mettere a soqquadro il territorio comunale. Ma le lotte tra avversari continuano: ora ci sono addirittura tre papi a contendersi la tiara e l’ultimo eletto dei tre è l’ex cardinale Baldassarre Cossa, ora Giovanni XXIII, che aveva avuto a lungo rapporti con Amelia ed il suo territorio: è in questo clima che prende avvio il Concilio di Costanza (novembre 1414), pochi mesi dopo la morte di Ladislao, re di Napoli, uno di coloro che aveva messo a ferro e fuoco anche le contrade amerine; finalmente, dal Concilio di Costanza la Chiesa esce con un solo papa. Non che le lotte tra i vari Capitani siano terminate: Macchie dev’essere tenuta ancora sotto controllo perché minacciata dai soldati di Paolo Orsini, da quelli dello Sforza, da quelli che obbedivano al cardinale Giacomo Isolani, rimasto fino alla fine a sostenere le ragioni dell’antipapa Giovanni XXIII; e anche quando quest’ultimo ha accettato di dimettersi e ormai l’unico pontefice è Martino V, la posizione isolata di Macchie in mezzo alle montagne, ma lungo un’importante via di transito, ha bisogno di essere difesa dalle incursioni di Braccio da Montone, ma anche da quelle dei suoi avversari, come Ugolino d’Alviano (1418) che, attraverso la Valle del ceraso, può facilmente arrivare al castello. E quando Braccio, dopo un primo accordo con il nuovo pontefice passa al campo avverso, deciso a costruirsi una propria signoria nel centro Italia, si deve correre di nuovo ai ripari: guardie armate vengono inviate a presidiare il castello e rifacimenti delle mura sempre soggette ad attacchi nemici (1428) vengono programmati di continuo, impegni che proseguono anche dopo che sia Braccio, sia Muzio Attendolo Sforza sono scomparsi (1424) perché la zona è ancora percorsa dalle Compagnie dei loro successori: Niccolò Fortebraccio (o della Stella), nipote del primo, e Francesco Sforza, figlio del secondo, che per un certo periodo diventa anche signore di Amelia; scomparsi anche questi ultimi, è Niccolò Piccinino a compiere scorrerie nella zona, ufficialmente al soldo del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, ma con il segreto intento di costituirsi una signoria personale nei territori umbri, progetto perseguito anche da suo figlio Jacopo Piccinino. Allentatasi momentaneamente la stretta delle incursioni di questi capitani, il comune di Amelia, nel marzo 1455, stipula un contratto con mastro Giovanni di Michele, da Lugano, per una ricostruzione radicale delle mura di Macchie: dovranno avere uno spessore di due piedi, poco più di sessanta centimetri, non molto anche per le armi di allora, tanto che, meno di cinquant’anni dopo, la stesse mura hanno ancora bisogno di riparazioni, anche perché il castello era entrato nel mirino delle lotte tra Atti e Chiaravalle, le due famiglie tudertine da sempre in lotta tra loro.
Sul finire del Quattrocento prevaleva in Amelia la parte politica favorevole ai Chiaravalle, mentre gli Atti, alleati con i signori di Alviano, erano nel campo avverso. Il castello di Macchie fece le spese di questa rivalità quando all’inizio del 1497 dovette subire la devastazione da parte delle soldataglie degli Atti e degli Alviano, cui il comune di Amelia cercò di porre rimedio ricorrendo ad altre soldataglie, guidate da Altobello Chiaravalle, signore di Canale. Neanche la morte di Altobello (16 agosto 1500) segnò la fine delle scorrerie: pochi giorni dopo tanta fuit rabies di Luigi d’Alviano (fratello del più famoso Bartolomeo) e di Biasino degli Atti che, occupata Macchie, quasi la demolirono dalle fondamenta incendiandone buona parte delle abitazioni; poi, temendo l’arrivo di altri soldati da Amelia, turpiter abierunt (si diedero vergognosamente alla fuga; ma era un amerino a scrivere questa cosa). Macchie però aveva subito una tale devastazione, che ancora diversi anni dopo i suoi abitanti chiedevano di essere esentati dall’obbligo di fornire legna da ardere agli Anziani della città perché non avevano neanche le bestie da soma per effettuare il trasporto; chiedevano anzi di essere esentati da tali obblighi almeno per altri dieci anni perché erano stati «abrusciati, ruginati et scharcati proprio per la grandissima servitù et fedeltà» che avevano sempre dimostrato alla città di Amelia.
Gli ultimi avvenimenti di portata internazionale che coinvolgono il castello di Macchie sono costituiti dal passaggio delle truppe ispano-tedesche, i famigerati lanzichenecchi, che tornano verso il nord dopo il Sacco di Roma del 1527: a Macchie staziona un contingente della Lega anti spagnola che però segue solo da lontano il transito delle truppe nemiche, ma che deve essere sovvenzionato e mantenuto dai sudditi del papa; il Comune cerca di sottrarsi a tale obbligo dicendo che i castelli lungo il percorso delle truppe, anche Macchie, sono completamente devastati e la città non riesce a sfamare nemmeno i suoi abitanti; Niccolò della Genga, il capitano che sta alla guardia di Macchie si precipita minacciosamente ad Amelia per esigere quanto richiesto, ma sembra si sia dovuto accontentare di appena un sacco di pane.
Troviamo Macchie ancora coinvolto nella leva di venticinque rematori, i quali avrebbero dovuto imbarcarsi sulle navi pontificie per andare contro i Turchi, che scorrazzavano lungo il mare Adriatico; lo scontro si consumò verso la fine di settembre del 1538 e si risolse con un mezzo disastro per la flotta cristiana; tra i rematori doveva esserci anche un tale Ruccio Lucaroni, proprio di Macchie.
Ma la “grande politica” si è ormai definitivamente allontanata dai piccoli e piccolissimi centri che ne erano stati protagonisti per tutto il medioevo; di Macchie si continuerà a parlare soltanto per piccole diatribe di confine, soprattutto con il vicino territorio di Alviano.
Un altro lunghissimo salto di anni ci porta poi al periodo napoleonico quando le frazioni di Macchie e Sambucetole furono per breve tempo aggregate al nascente comune di Montecastrilli.
Un altro flash ci porta alle lotte sociali di inizio Novecento quando (1909) anche la Lega dei contadini di Macchie venne sciolta insieme alle altre nate in quasi tutti paesi vicini.
Poi … siamo ai nostri giorni.

     

 

 

Il parco archeologico di Carsulae

di Loretta Santini

 

  

  

Quando a Carsulae si andava a passare la domenica

 

Un tempo, quando ancora l’area archeologica non era recintata, i prati di Carsulae erano la meta domenicale delle famiglie: si passeggiava, si giocava a pallone, si faceva il picnic, anche in compagnia delle pecore che dopo aver pascolato su quella distesa di verde, tornavano presso la casa del pastore che era quella che oggi è stata trasformata in Antiquarium.

Spesso la sera e la notte gruppi di giovani si sedevano sul prato a suonare la chitarra e cantare. Ricordi del passato.

Noi bambini vedevamo i resti di quei muri senza sapere cosa fossero: certo i resti di un’antichissima città, ma niente di più. Ci divertivamo a salire e scendere le gradinate, a camminare lungo i solchi che segnavano la via Flaminia. Ci arrampicavamo sui sepolcri e giocavamo a nascondino dietro gli alberi e i cespugli.

Qualche vecchietta raccoglieva le erbe da cuocere. I vecchietti si riposavano sotto un albero seduti su una pietra fumando un sigaro.

Fascino di antiche rovine, spazi aperti, aria buona, un’occasione piacevolissima per trascorrere la domenica.

C’era, nell’area che oggi si riconosce come foro, un grande ginocchio, quello che ora è esposto al Centro di Documentazione e che è stato attribuito all’imperatore Traiano. Da bambini anche questo è stato uno dei giochi preferiti: vi salivano sopra per poi saltare giù. Ci sentivamo importanti e felici. Chi poteva immaginare allora tanta storia e tanta bellezza!

 

Carsulae: il toponimo deriva dalla pietra carsica che caratterizza la geologia del territorio e utilizzata per i monumenti del luogo.

Carsulae fu una delle più importanti stationes lungo la via Flaminia. Probabilmente si sviluppò proprio in seguito all’apertura di questa vitale via consolare – realizzata nel 220 a.C. da Gaio Flaminio per congiungere Roma alla costa adriatica - divenendo così centro di aggregazione delle popolazioni preromane insediate da tempo sui rilievi circostanti.

Le testimonianze che la riguardano sono quelle di Strabone che la menziona come uno dei centri più importanti del I° sec. a.C. per la ricchezza del territorio, di Plinio il Giovane (Epistulae) che la ricorda come luogo ameno e di Tacito: quest’ultimo nelle Historiae (III,60), ricordando le truppe che qui si prendevano qualche giorno di riposo, così si esprime: “… la località era assai piacevole; la vista era ampia, i rifornimenti per l’esercito assicurati, avevano alle spalle municipi estremamente fiorenti…”.

Il clima salubre, la fertilità del suolo, la rete di vie di comunicazione, furono fattori fondamentali nello sviluppo della cittadina che, a partire dal I sec. d.C. divenne un municipio romano fiorente, molto sviluppato urbanisticamente e socialmente come attestano i numerosi resti di edifici che la caratterizzano. È proprio a partire dall’età imperiale che si struttura l’area del foro, l’area spettacoli e tutto il complesso di terme e cisterne. In questo sviluppo contribuì non poco la vicinanza delle acque medicamentose di San Gemini che ne fecero probabilmente un centro terapeutico e di villeggiatura.

Dopo poco tempo cominciò a perdere di importanza fino ad essere definitivamente abbandonata nel IV sec., ma non è dato sapere se l’abbandono della città avvenne gradatamente o repentinamente. Gli abitanti di Carsulae si spostarono nei centri limitrofi, soprattutto a Cesi e San Gemini.

Sulla sua fine si sono formulate diverse ipotesi. Sicuramente perse di importanza quando alla Flaminia (Flaminia vetus) venne preferito il percorso alternativo (Flaminia nova) che, come un diverticolo, nelle vicinanze di Narni si portava a Terni (Intermna Nahars) per proseguire poi per Spoleto (Spoletium) e raggiungere Foligno (Forum Flaminii). Da allora il vecchio ramo della via consolare venne impiegato soprattutto per gli spostamenti delle truppe.

Molto dovettero incidere anche le invasioni barbariche e non ultimi gli eventi naturali: infatti sull’abbandono del luogo influirono fenomeni di bradisismo ben visibili nell’area dell’anfiteatro e anche a un forte movimento tellurico, come dimostrato dall’inclinazione di alcuni edifici dell’area archeologica.

La riscoperta di Carsulae, la cui fama comunque non si era mai estinta, avvenne a partire dal XVI sec. ad opera di Federico Cesi, duca di Acquasparta, che iniziò una campagna di ricerche per arricchire la propria collezione di reperti antichi. Ricordiamo che presso uno dei palazzi di proprietà della famiglia Cesi sito in via Maschera d’Oro a Roma si osserva un affresco raffigurante i resti dell’antica Carsulae fornendo una valida testimonianza dello stato dei resti visibili all’epoca.

La prima campagna di scavi iniziò nel 1783 e la si deve al papa Pio VI: in quell’occasione tornarono alla luce vari edifici e in particolare l’area spettacoli. I lavori proseguirono agli inizi e a metà dell’800. Nei primi anni del '900 lo storico Luigi Lanzi procedette all’individuazione dell’area archeologica – allora era adibita a pascolo ed emergeva solo l’arco di San Damiano - e alla prima campagna di scavi. Questi ripresero nel 1951 e si protrassero fino al 1972, grazie a Umberto Ciotti (a lui è dedicato il Centro Documentazione di Carsulae), dal 1964 Soprintendente della Soprintendenza Archeologica dell'Umbria. A partire da 2006, in più fasi, è ripresa un’ampia campagna di scavi che ha portato all’individuazione di diverse strutture tra cui una domus di oltre mille mq. con molti ambienti e bei mosaici pavimentali, terme, tratti di strada (peculiare è il suo colore rosato) e il podio del Capitolium, il tempio dedicato alla triade capitolina: Giove, Giunone e Minerva. Sono stati riportati alla luce inoltre intonaci dipinti, grandi statue forse di epoca imperiale una delle quali rappresentante probabilmente un imperatore, monete, bronzi e ceramiche. Un altro ritrovamento interessante è l’insieme di suppellettili (spille in avorio, aghi, vetro) reperiti in un edificio termale riservato alle donne.

I recenti ritrovamenti e le indagini finora effettuate dimostrano come l’area archeologica sia molto più vasta di quella finora conosciuta e soprattutto attestano l’importanza e lo sviluppo raggiunto da Carsulae in epoca imperiale, tanto da poter vantare l’appellativo di “Pompei dell’Italia centrale”.

L’area archeologica comprende la zona del Foro, quella degli spettacoli, quella cimiteriale e i resti di cisterne e terme. Nell’area insiste anche la medievale chiesa dei SS. Cosma e Damiano. Inoltre il sito è corredato di un Antiquarium e di un Centro di Documentazione.

Non sono state rilevate tracce di mura anche se ricognizioni aeree sembrano individuare in circuito poligonale che potrebbe far risalire a una delimitazione dell’abitato.

  

  

Via Flaminia

L’area archeologica è attraversata dal tratto interno della via Flaminia che ne costituisce il cardo maximus. L’arteria attraversa la città, il foro e si porta fino all’arco di San Damiano per ricongiungersi all’area dei sepolcri. Lungo la strada si vedono le tracce dei carri che la attraversavano. Essa è intersecata dal decumano che porta verso l’area spettacoli.

Il Foro, all’incrocio tra il cardo e il decumano, era il centro della vita politica, amministrativa, religiosa ed economica della città. Era costituito da diversi edifici pubblici e privati. È visibile la pavimentazione in travertino e diversi ambienti adibiti a tabernae.

Ad esso si accedeva attraverso un arco quadrifronte, una specie di ingresso solenne posto al di sopra di una gradinata.

Edificio centrale è la Basilica realizzata in un’area adiacente al foro. L’edificio di cui si individua la pianta a tre navate delimitate da colonne di cui si individuano le basi e con l’abside rivolta verso l’area spettacoli, era il luogo ove si amministrava la giustizia.

I cosiddetti templi gemini sono due templi gemelli poggianti su un basamento con unica gradinata e rivestiti di lastre di calcare rosa; erano tetrastili, vale a dire preceduti da quattro colonne ed erano probabilmente dedicati a Castore e Polluce.

La chiesa di San Damiano è un piccolo edificio religioso poggiante sul fianco meridionale su preesistenti edifici romani strutturati ad arcate e realizzato in gran parte con materiale di spoglio proveniente da Carsulae tra l’XI e il XII sec. ma probabilmente di origine più antica (VI-VII sec.). Ha un’unica navata preceduta da un portico aggiunto nell’XI sec. All’interno conserva diversi frammenti di capitelli, fregi e una serie di lastre in marmo riferibili alla basilica e agli edifici del foro.

L’opera di cristianizzazione operata dalla Chiesa per sostituire i riti e le divinità pagane si ritrova anche a Carsulae. È il caso dei Dioscuri, cioè Castore e Polluce, i gemelli considerati nell’antichità dei guaritori, cui probabilmente sono dedicati i templi gemini. Essi vennero sostituiti dai SS. Cosma e Damiano, dedicatari della chiesetta medievale della cittadina, martiri del III sec. d.C. anch’essi gemelli e anch’essi medici.

Area spettacoli è costituita dal complesso dell’anfiteatro e del teatro disposti in maniera assiale l’uno rispetto all’altro e molto vicini al centro cittadino. Il quartiere era collegato alla Flaminia, principale asse viario cittadino, da una strada basolata, perpendicolare alla Flaminia, che conduce alla zona degli edifici di spettacolo.

Anfiteatro

Realizzato nel 1° sec. d.C. in pietra calcarea e laterizio, è in parte incassato nel terreno in una dolina naturale, cosicché le gradinate poggiano in parte sul terrapieno e in parte sui pilastri esterni. Lungo il perimetro sono individuabili gli accessi all’area, ma sono scomparse le gradinate dove prendevano posto gli spettatori.

Asse maggiore: ca. 85 m. asse minore: ca. 60 m.

Teatro

Di poco posteriore all’anfiteatro, conserva l’ossatura di sostegno, parte delle gradinate, la cavea (ca. 62 m), le fondazioni della scena, l’orchestra, l’ambulacro e una serie di ambienti di servizio. Era destinato alle rappresentazioni teatrali. Sono inoltre tuttora visibili le gradinate poggianti su una struttura muraria di sostegno completamente fuori terra.

In prossimità dell’area si individua un edificio ritenuto il collegium juvenum e resti di cisterne.

Arco di San Damiano

L’arco di San Damiano rappresenta l’immagine emblematica di Carsulae. Esso, come si è detto, in passato era l’unico emergente dell’area archeologica. Era caratterizzato da tre fornici: quello centrale è tuttora visibile; ai lati si individuano blocchi marmorei con curvatura che fanno dedurre la presenza di due archi minori.

Rivestito in travertino, è strutturato con blocchi di pietra a cuneo che si intersecano senza malta cementizia.

L’arco era in realtà dedicato all’imperatore Traiano, come lasciano supporre le monete con l’effigie dell’imperatore trovate sul sito.

Area sepolcrale

I monumenti funebri si trovano oltre l’Arco di San Damiano.

Il primo sepolcro (I° sec. d.C.), forse della gens Furia, ha pianta quadrata sormontato da un corpo circolare suddiviso in spazi a raggiera.

Il 2° sepolcro ha base quadrata e torretta conica.

Del 3° sepolcro si riconosce solo parte del basamento.

Terme e cisterne

Nell’area archeologica sono stati riportati alla luce resti di terme (l’ultima scoperta è quella di un edificio termale per le donne) con alcuni mosaici pavimentali e numerose cisterne tra cui spicca quella trasformata in Antiquarium.

Antiquarium e Centro di Documentazione

L’Antiquarium è stato ricavato in un’antica cisterna romana in opus reticulatum precedentemente adibita a casa di pastori. All’esterno sono sistemati dei cippi; all’interno vari frammenti scultorei, terrecotte, suppellettili.

Il Centro di Documentazione è intitolato a Ugo Ciotti, l’archeologo a cui si deve il ritrovamento e lo studio dei reperti di Carsulae nella metà del secolo scorso. È organizzato in un moderno edificio ove si trovano, distribuite su due piani, la biglietteria, un book-shoop, una sala conferenze, uno spazio dedicato a laboratorio per bambini e famiglie e le sale espositive. Oltre a pannelli esplicativi dell’area archeologica di Carsulae in particolare e del territorio della provincia di Terni interessato dal percorso della Flaminia, espone resti di statue – tra cui l’enorme ginocchio e la testa dell’imperatore Claudio e quella bellissima di Bacco giovane – lucerne, ceramiche, cippi carsulani, resti di mosaici.

La statua di Bacco

La statua raffigurante Dioniso in aspetto giovanile, ha dimensioni superiori al naturale e rispetta l’iconografia classica.

Il volto è in parte mancante. Poggia sulla gamba destra, mentre la sinistra si accosta ad un tronco d’albero cui si appoggia anche un braccio mentre l’altro, in parte mancante, scendeva lungo il fianco. Il dio è coperto da un mantello. Ai suoi piedi una piccola pantera e un tralcio di vite ricco di grappoli che avvolge l’albero.

Coltivazione della vite a Carsulae al tempo dei Romani

Plinio, nella Naturalis Historia, dopo aver preso in esame gli errori effettuati nella potatura della vite a Novara (facevano allungare oltre misura i tralci) e ad Ariccia (potavano ad anni alterni), e ciò rendeva aspri i vini, afferma: “Nel territorio di Carsule tengono una via di mezzo, e potano solo le parti guaste della vite e quelle che cominciano a seccare, lasciando le altre a produrre uva; una volta tolto il peso superfluo, il fatto di aver ricevuto poche ferite, è per la vite l’unico nutrimento; ma se il terreno non è grasso, una coltivazione di questo tipo la fa degenerare in lambrusca” (cioè in vite selvatica, n.d.t.) (N.H., XVII, 213; trad. A.M. Cotrozzi, Einaudi)

Carsulae “celtica”?

Secondo l’ipotesi del professor Manlio Farinacci il primo nucleo di Carsulae fu di origine celtica: la città sarebbe sorta per onorare culti pagani ricollegabili ai templi di monte Torre Maggiore presenti sopra a Cesi, considerati una specie di osservatorio astronomico e meta per secoli di pellegrinaggi provenienti dall’Umbria meridionale. Elementi probanti sono stati da lui individuati in diversi elementi tra cui i resti di raffiguranti croci uncinate, nodi gordiani, oltre al ritrovamento di una pietra runica.

  

La leggenda di Criptona e della Regina degli Umbri

Secondo una leggenda sui Monti Martani esisterebbe una città sotterranea, regno della Regina degli Umbri, conosciuta come Criptona, di origine preromana, un sito degli Umbri che abitavano nell’arce di Sant’Erasmo e che si diramava attraverso le grotte e le gallerie del monte Eolo di Cesi fino a raggiungere Carsulae. In queste grotte avvenivano riti sacri e offerte rivolte alle divinità ctonie.

 

Papigno

Territorio, risorse e avvenimenti di un piccolo Comune dell’Ottocento

di Paolo Zenoni

 

Entrato a far parte dell’Impero francese (1809-1814), dopo la restaurazione pontificia del 1816, il Comune di Papigno fu inglobato nella Delegazione Apostolica di Spoleto. Con la nascita del Regno d’Italia, avvenuta nel 1861, fu annesso alla Provincia dell’Umbria e dal 1927 con l’istituzione della nuova Provincia di Terni, divenne una delegazione del Comune di Terni.

Di modesta superficie territoriale (6,7 kmq), e collocato tra i Comuni di Terni, Collestatte e Piediluco, il territorio papignese comprendeva tre aree principali: il borgo (capoluogo del Comune) e le zone limitrofe (vocaboli Pianello, Larviano, Cervara, Galleto e Toro), a ovest la zona che oggi identifichiamo con il toponimo di Campomicciolo comprendente i vocaboli Valle Caprina, Bocca Porco, Lo Staino, Santa Maria Maddalena e Monte Argento e a est il piano delle Marmore (vocaboli La Fossa, La Piscina, Cor delle Fosse, Pianciani, Li Pilastri e Le Cave).

Nella prima metà dell’Ottocento salendo da Terni dalla Porta del Sesto, dopo circa 800 mt., si entrava in territorio papignese nel punto esatto dove l’attuale Strada di Santa Maria Maddalena si incrocia con la S.S.79 ternana per Rieti (via Giandimartalo di Vitalone).

La via principale denominata un tempo Strada Corriera che da Terni conduce a Rieti e indicata dopo l’Unità d’Italia come Strada Nazionale nr.30 dell’Umbria, attraversava l’intero territorio comunale scorrendo per il primo tratto nei vocaboli Colle Obito, Bocca Porco, Valle Caprina, Campo Micciolo fino a vocabolo Colle delle Grotti nei pressi dell’attuale cimitero. Oltrepassando la località denominata Petrajola il tracciato permetteva di raggiungere il borgo di Papigno attraverso la via Contro corrispondente all’attuale via E. De Amicis. Dalla piazzetta del paese, posta appena dopo il ponte del fosso di Miranda, si saliva per la tortuosa Strada della Sgurgora per raggiungere vocabolo Marmore oppure si scendeva a vocabolo Galleto in direzione di Vocabolo Toro-Cascata delle Marmore.

I censimenti della popolazione dimostrano l’importante incremento demografico che il Comune subì dalla metà dell’Ottocento a causa dell’industrializzazione della vicina Terni passando da 980 abitanti nel 1861 a 3005 nel 1900. Negli anni Venti, dopo l’impianto dello stabilimento del carburo sul territorio comunale (1901), la popolazione raggiunse le 4500 unità oltrepassando i 6000 abitanti negli anni Trenta (1000 abitanti circa per kmq).

Il territorio di giacitura colle-piano, ricco di boschi e di acqua ha favorito in passato la coltivazione di piante e prodotti legati all’attività agricola che insieme alla pastorizia furono le principali fonti di sostentamento della popolazione. Nel 1844 il Comune contava 600 contadini e 16 pastori. Una statistica geografica dei Comuni della Provincia dell’Umbria del 1873 rivela come l’olio e la frutta fossero alla base dell’economia agricola papignese, in particolare gli agrumi, le prugne e le famigerate pesche “i perzichi” di cui si parla ancora nell’enciclopedia Motta del 1952. Con l’industria crebbe anche il numero delle osterie o bettole che alla fine dell’Ottocento raggiunsero le 35 unità.

 

Statistica della Diocesi di Terni fatta nella Pasqua dell’anno 1844 per ordine dell’Ill.mo Rev.mo Monsignor D. Vincenzo Tizzani Vescovo di detta città.

COMUNE DI PAPIGNO-anime 800-Priore signor Paolo Neri

Professioni per ordine alfabetico (Biblioteca Nazionale Roma)

 

Bettolieri nr.1

Medici nr.1

Pizzicagnoli nr.2

Calzolaj nr.2

Molinari nr.5

Possidenti nr.6

Carrettieri nr.4

Muratori nr.2

Sartrici nr.5

Contadini nr.600

Negozianti nr.1

Sediare nr.1

Fabbri nr.2

Ostesse nr.2

Serve nr.1

Falegnami nr.1

Ostetrice nr.1

Servi nr.2

Fornari nr.4

Osti nr.1

Studenti nr.14

Fornaciari nr.1

Pastori nr.16

Tessitrici nr.19


 

Non di minore importanza furono le cave per l’estrazione della pietra da costruzione e quelle da calce e le mole da olio, quest’ultime alimentate dalle acque dell’importante canale Cervino che da est ad ovest, attraversava gran parte del territorio.

Un’altra forma di sostegno economico per Papigno era rappresentata dal patrimonio boschivo, che nel 1861 risultava essere di oltre 70 ettari di macchia cedua d’alto fusto, di proprietà privata e oltre 28 appartenenti all’Amministrazione comunale.

Nel 1901 sul territorio papignese, venne impiantato lo stabilimento del carburo di calcio che diede un forte slancio all’economia del piccolo Comune. Dal 1928, ebbe inizio la produzione della Calciocianamide, un fertilizzante antiparassitario dagli effetti straordinari utilizzato in agricoltura.

I fumi emessi dalla fabbrica diedero al paese il caratteristico colore grigio tanto che gli venne attribuito il nome di paese dai tetti impolverati.

Dal 1870 al 1927 il Comune di Papigno adottò come simbolo del municipio l’albero d’ulivo, la pianta più presente sul territorio. Ne parla anche Ferruccio Coen nei primi versi della poesia intitolata Paese Umbro: ”Papigno, giustamente hai per insegna un verde ulivo, che l’ulivo sale alle tue case come un augurale amico, che umiltà lor non disdegna”

                                                                 

Gli stemmi del Comune impressi su carta intestata fino al 1927

 

                                                                          

                                           

A sinistra l’albero d’ulivo, simbolo del cessato Comune di Papigno, in un dipinto di Orietta Tartari . A destra la vecchia insegna metallica conservata all’interno della delegazione. Notasi al centro il drago, simbolo del Comune di Terni, sormontato dall’albero d’ulivo.

 

Dall’Unità d’Italia si alternarono nel Comune 16 sindaci compresi il commissario prefettizo, in carica tra il 1922 e il 1923 e il Podestà, figura istituita dal fascismo a capo dei Comuni, nel 1926.

Con la nascita della provincia di Terni, avvenuta con R.D. 2 gennaio 1927, i Comuni di Cesi, Collescipoli, Collestatte, Piediluco, Stroncone, Torre Orsina e Papigno furono aggregati a quello di Terni e i nuovi uffici distaccati, le Delegazioni, furono mantenuti per le funzioni dello Stato civile e per il rilascio di documenti e di certificati di ordinaria amministrazione.

Anno 1920 - Popolazione dei territori comunali limitrofi a quello di Papigno e superficie territoriale in ettari

 

COMUNI

POPOLAZIONE RESIDENTE

 

PAPIGNO

4053

COLLESTATTE

1357

TORREORSINA

439

ARRONE

2487

FERENTILLO

2454

MONTEFRANCO

1257

PIEDILUCO

1237

TERNI

32765


 

COMUNI

Superficie totale in ettari

 

PAPIGNO

634

COLLESTATTE

1173

TORREORSINA

402

ARRONE

3909

FERENTILLO

6621

MONTEFRANCO

950

PIEDILUCO

1546

TERNI

10060


 

Tra le importanti istituzioni del periodo comunale, vanno ricordate la Società di Pubblica Assistenza, la Congregazione di Carità e la Banda musicale.

Le statistiche di metà Ottocento confermano che il Comune di Papigno nominava, con cadenza quadriennale, una Commissione di sanità e aveva deliberati i regolamenti di Pubblica igiene, di Polizia urbana e rurale, di edilità e di Polizia mortuaria. La Società del capoluogo, già esistente nel 1899, svolgeva la propria attività in locali privati, presi in affitto dal Comune. Le Società delle frazioni di Campomicciolo e di Marmore furono fondate negli anni Dieci. Da una statistica del 1911 risulta che esse operavano sul territorio per il trasporto e l’assistenza dei malati, essendo già fornite di buone barelle a mano e a carretto.

  

L’edificio della Società di Pubblica Assistenza Croce Bianca di Papigno in una foto degli anni ’40.

 

Con l’avvento del fascismo, le Società furono riorganizzate con l’edificazione di nuove strutture per poter proseguire e ottimizzare la gestione della pubblica sanità.

Nell’Ottocento nacquero le Congregazioni di Carità, istituti di assistenza creati dallo Stato per gestire la pubblica beneficenza nei Comuni. La Congregazione papignese venne istituita nel 1861 ma di fatto fino a febbraio del 1876, non ebbe beni da amministrare. Soltanto con la nascita del primo organismo di beneficenza, intitolato Opera Pia Possenti, avvenuta a giugno dello stesso anno, l’Istituto potè avviare la propria attività. L’Opera pia venne fondata da Pietro Possenti, con un capitale fruttifero di 15000 lire a beneficio della popolazione povera di Papigno. Lo scopo fu anche quello di onorare la memoria del fratello Domenico, Sindaco del Comune dal 1872 al 1875.

A gennaio del 1927, un Decreto prefettizio sciolse la Congregazione papignese che fu unificata a quella di Terni, dopo la nascita della nuova Provincia.

Sulla scia di gruppi musicali, tenuti in vita da alcuni volontari cittadini amanti della buona musica, il primo giugno del 1908, venne fondata la prima banda musicale ufficialmente riconosciuta dalle autorità comunali che assunse il nome di Concerto Operaio di Papigno. Il 22 gennaio del 1911 fu organizzata una lotteria di beneficenza pro-Concerto con lo scopo di fornire le uniformi ai musicanti che vennero inaugurate ad agosto dello stesso anno. Restano delle lettere d’invito a firma del Presidente del Concerto Tocci Domenico che documentano tale evento. Nel 1925, il Concerto musicale venne nuovamente riorganizzato e regolamentato con 35 articoli.

Nel Comune nei primi anni Venti venne fondata una seconda Banda Musicale nella frazione di Campomicciolo intitolata Concerto Giuseppe Verdi.

 

la Banda di Papigno in una foto degli anni Cinquanta.

 

Dopo periodi alterni di attività, nel 1938 la Banda musicale fu sciolta per varie cause, ricostituendosi il primo dicembre del 1944 per volontà dei suoi musicanti e per desiderio della popolazione. Fu creato un Comitato che con molti sacrifici, riuscì a fornire alla Banda oltre trenta strumenti musicali di cui era rimasta sprovvista. Essa riprese ufficialmente la propria attività il primo gennaio del 1945.

L’esistenza dell’importante istituzione terminò probabilmente verso la metà degli anni Sessanta, quando la banda della città di Terni divenne la protagonista principale delle manifestazioni paesane.

Una statistica comunale del 1861 conferma la presenza di un'unica parrocchia presente sul territorio intitolata alla Santissima Annunziata della Diocesi di Terni da cui prendeva il titolo la chiesa parrocchiale. Oltre a questa i principali edifici sacri compresi nell’Arcipretura di Papigno erano : l’Oratorio di Sant’Antonio di Padova (XVI sec.), la chiesetta della Madonna di Lourdes (XIX sec.), la chiesa di Santa Maria Maddalena a Campomicciolo (XIV sec.) e la chiesa di Santa Geltrude a Marmore.

Dal 1987 al titolo della Parrocchia S.S. Annunziata è stato aggiunto quello di San Brizio, patrono di Papigno.

Delle tre antiche confraternite presenti nell’Ottocento, S.S.Sacramento, S.S. Rosario e Sant’Antonio di Padova, resta attiva soltanto quest’ultima e al Santo vengono dedicati ogni anno i festeggiamenti nel mese di Giugno.

  

la processione di Sant’Antonio di Padova in transito per le vie del paese nel giugno del 1953 , in una cartolina d’epoca, la statua di Sant’Antonio di Padova titolare della secolare Confraternita fondata nel 1560.

 

Tra il 1700 e il 1800 Papigno, grazie alla sua vicinanza alla Cascata delle Marmore, ebbe un importante ruolo nell’ispirazione di molti artisti europei, tra cui l’importante pittore francese Camille Corot che vi soggiornò nel 1826 realizzando en plein air alcuni dipinti e disegni del borgo.

Camille Corot – anno 1826 – Edifici dominanti la valle.

 

Del periodo comunale è importante ricordare la gestione turistica della Cascata delle Marmore da parte del Comune di Papigno che ne fu custode fino al 1927.

Nell’Ottocento la Cascata, segnava nella parte est del territorio comunale la linea di confine con il Comune di Collestatte e all’amministrazione papignese, competeva la tutela dei visitatori che si avventuravano tra gli impervi sentieri per poter raggiungere e ammirare il monumento naturalistico che Lord Byron, nel suo poema Childe Harold’s Pilgrimage definì, orribilmente bella.

La porta di Papigno, di fronte alla quale, fino al 1835, transitavano tutti i viaggiatori in visita alla Cascata delle Marmore.

 

Custodi e Ciceroni, partendo dalla porta del paese, trasportavano, verso la Cascata i viaggiatori con i calessi e le carrozze trainate dai muli o dai cavalli, proteggendoli dai mendicanti appostati lungo i sentieri.