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bct fase 2. I consigli di lettura e gli approfondimenti della sala Leggerissimo

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Parola d'ordine 'prudenza': non siamo ancora a pieno regime, ma dal 25 maggio puoi farci visita per chiederci in prestito e restituire libri, cd e dvd in totale sicurezza. 

In attesa di riprendere tutte le nostre attività, la sala Leggerissimo prosegue negli incontri virtuali per gli approfondimenti sulle opere letterarie già in circolazione, le proposte di lettura sulle novità, le interviste agli autori

 

 

 

 

Premio Strega 2020 
Cronaca di una vittoria annunciata


Sandro Veronesi ha vinto la 74° edizione del Premio Strega con il romanzo Il colibrì pubblicato da La nave di Teseo. E’ la seconda vittoria dopo il premio ricevuto nel 2006 con Caos calmo.
Già da dicembre si faceva il nome di Sandro Veronesi come possibile vincitore. Così è stato, con 200 voti. Tuttavia, sia Gianrico Carofiglio (La misura del tempo), un altro “veterano” dello Strega, che Valeria Parrella (Almarina) hanno giocato la loro gara fino all’ultimo, ottenendo il consenso qualificato dei votanti che si aggiunge agli ottimi risultati nelle vendite. 
Da rimarcare il successo di Elisabetta Sgarbi, direttore generale ed editoriale de La nave di Teseo, ormai a pieno titolo considerata nel novero dei “grandi editori”.

  
Il colibrì è un libro che prende e incanta per il meraviglioso meccanismo dei diversi piani narrativi che si incastrano perfettamente, dal passato al presente fino al futuro, per la trama vivace che tiene “incollati”  alle quasi 400 pagine. Non è solo tecnica, però, a decretare il successo del libro che, già a fine anno, era in vetta a tutte le classifiche di qualità dei lettori. Colibrì è l’opera di un grande narratore. 
Il tema dominante del romanzo è la perdita dolorosa che colpisce le nostre vita quando qualcuno ci abbandona o ci lascia per sempre perché muore. Il colibrì, il volatile minuscolo che tiene la posizione sbattendo vorticosamente le ali, è il simbolo della capacità di resistenza che vince sui colpi della sorte. Con l’immobilità frenetica del suo volo, riesce a non mollare, a reggere agli insulti della vita. 
Marco Carrera, il protagonista, viene trascinato nel vortice degli eventi, ma non abbandona la sua posizione, anzi riesce a dar fondo alle proprie passioni dirigendo su altri oggetti e persone l’energia che aveva concentrato su cose e persone che sono stati spazzati via dalla sua esistenza, come da un colpo di vento. 

 

Hanno detto di Sandro Veronesi:

Come si diventa un colibrì?

Per la prima volta in un mio romanzo c’è una totale assenza di riferimenti, storie, aneddoti personali. Per questo credo che Marco Carrera sia il mio personaggio più riuscito ha detto a La Lettura Sandro Veronesi parlando del protagonista del nuovo libro, punto d’arrivo di un percorso che fin dagli esordi ha messo in luce la sua “straordinaria naturalezza narrativa”.
Cristina Taglietti, in La Lettura 15 dicembre 2019

 Nessun narratore in Italia, oggi, sa raccontare come Sandro Veronesi le più minuscole e accidentate asperità della vita, tra ambizione e frustrazione, sogno e paura, memorie e inganni. In mezzo a tutte queste variabili - chiamiamole semplicemente, quotidianità - emerge l’estrazione a sorte del caso, che scombina i destini, li affratella e li separa, anche malamente, intanto che il tempo lascia i suoi segni e modifica le aspettative, fino a farci ritrovare sulla sponda opposta di noi stessi, quando ormai i giochi sono fatti, le speranze accantonate, i dolori abiti da indossare per la cerimonia dei fallimenti.
Sergio Pent, in Tuttolibri 2 novembre 2019

Il colibrì è un crack (come si dice nel mondo del calcio, e come si diceva prima ancora nel giro delle corse dei cavalli, per indicare un campione, un giocatore di grande talento, un fuoriclasse). Il colibrì è un romanzo fuoriclasse. E non c’è altro da aggiungere.
Antonio D’Orrico, in Corriere della Sera, 24 ottobre 2019)


Dove trovare Il colibrì in bct:

http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/il-colibri-romanzo/UM11420204?tabDoc=tabloca

 

Come leggere gli altri libri della “sestina” del Premio Strega di quest’anno:

 

Gianrico Carofiglio, La misura del tempo (Einaudi)

http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/la-misura-del-tempo/UM11423078?tabDoc=tabloca

 

Valeria Parrella, Almarina (Einaudi)

http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/almarina/UM11370731?tabDoc=tabloca

 

Davide Mencarelli, Tutto chiede salvezza (Mondadori)

https://umbria.medialibrary.it/media/scheda.aspx?id=150205441

 

Gian Arturo Ferrari, Ragazzo italiano (Feltrinelli)

https://umbria.medialibrary.it/media/scheda.aspx?id=150194965

 

Jonathan Bazzi, Febbre (Fandango)

https://umbria.medialibrary.it/media/scheda.aspx?id=150192164

 

 

 

 

Lo splendore del niente e altre storie.

Incontro con Maria Attanasio

 

E’ uscito nel marzo scorso, con dedica a Elvira Sellerio, “la sempreviva signora delle storie”, l’ultimo libro di Maria Attanasio, Lo splendore del niente e altre storie, sette racconti che hanno come protagoniste donne ribelli della sua Sicilia, vissute tra il Seicento e il Settecento nella città di Caltagirone, “afflitta da terremoti, scuotimenti e biblici castighi (siccità, inondazioni, ondate di cavallette). L’inquietudine tellurica riflette quella delle anime […]  In pagine dense e rapide, con prosa ricercata e rinvigorita da parole desuete, arridono le scelte e le rivolte di una moglie innamorata, la pittora epilettica Annarcangela, la mistica baronessa Ignazia, l’avvelenatrice Giovanna e la badessa procidiana capace di subire l’esilio per salvare tre gattini. E più delle altre s’imprime nella memoria la bracciante – maschio Francisca di Correva l’anno 1698, processata dal Santo Uffizio per la sua irriducibile diversità” (Melania Mazzucco, Il venerdì, 1° maggio 2020).

Era una scrittrice ancora poco conosciuta Maria Attanasio quando, nel 2018, presentò in bct il suo libro – sempre edito da Sellerio -  La ragazza di Marsiglia, il ritratto di Rosalia Montmasson, prima moglie di Crispi e unica donna a partecipare all’impresa dei Mille con Garibaldi. I nostri lettori rimasero colpiti dal rigore della sua figura di studiosa, frequentatrice appassionata di storie locali, docente di filosofia e dirigente scolastica, stemperato nella sua travolgente umana simpatia.

Ci raccontò in quella occasione di essere stata destinata alla scrittura dalla nascita dal dono simbolico di una penna e di essersi avvicinata poi ad essa per una necessità, quella di raccontare storie di donne veramente esistite, scovate in vecchi libri o nella cronaca locale, che avessero compiuto un gesto, grande o piccolo, che le ha rese famose e alle quali, tuttavia, nessuno storico o cronista ha mai ritenuto di dedicare loro più di un rigo.  Queste sono le donne che chiedono a Maria Attanasio di essere raccontate, in una sorta di riscatto tardivo, perché hanno resistito al conformismo del loro tempo e perché sono state ribelli e cancellate volutamente dalla memoria degli uomini.

In copertina, l’immagine del Silenzio, di Johann Heinrich Fussli, rappresenta quell’assenza colpevole di memoria, un silenzio che è un grido di dolore.

A ridar vita a tali personaggi ci pensa la sua originale scrittura, il gusto della parola ben scelta e ponderata che sembra ogni volta incisa nella pietra tanto è definitiva, parola di poeta che non ha fretta e non sente l’urgenza delle leggi del consenso e del mercato.

Come direbbe il personaggio di uno dei suoi racconti, Polizzi, scriba e vasaio, per Maria Attanasio la vita è bella solo se raccontata. Dentro le parole non c’è freddo, né carestia, né paura: gli uomini possono soffrire senza dolore, mangiare senza pane, morire senza morte.

 

Cosa leggere di Maria Attanasio in bct:

La ragazza di Marsiglia, Sellerio, 2018

http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/la-ragazza-di-marsiglia/UM11314577?tabDoc=tabloca

Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Sellerio, 1994

http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/correva-lanno-1698-e-nella-citta-avvenne-il-fatto-memorabile/UM10256860?tabDoc=tabloca

 

Ascolta sul sito di Sellerio l’intervista di Loredana Lipperini a Maria Attanasio ospite a Fahrenheit

https://sellerio.it/it/catalogo/ascolta.php?id=12327

 

 

e-book gratuiti e altre occasioni da prendere al volo

Fase 2: la solidarietà digitale continua

La casa editrice Nottetempo, fondata nel 2002 da Ginevra Bompiani e Roberta Einaudi, ha pubblicato una collana (“preziosa e impeccabile” la definisce Tiziana Lo Porto su D, il supplemento di Repubblica del 23 maggio scorso) intitolata Semi, “spunti che come semi possono germogliare”. Sono piccoli libri scaricabili gratuitamente che contengono riflessioni di filosofi sul presente e sul nostro futuro. Il primo contributo porta la firma di Leonardo Caffo e si intitola Dopo il Covid-19. Punti per una discussione.

Due degli ultimi volumi sono dedicati agli spazi abitativi (Le case che saremo, di Luca Molinari e Lo spazio dentro, di Maddalena Buri e Margherita Morgantin).

 

Nottetempo è una casa editrice milanese nata da un progetto: pubblicare libri di qualità, letteraria e filosofica, scritti con l'avvincente leggerezza che cerca di evocare nella veste grafica.

Il sito da cui scaricare gli e-book:

https://www.edizioninottetempo.it/it/catalogo/semi

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La casa editrice Marcos y Marcos, presentando il libro La tua bellezza, di Sahar Mustafah, americana di origini palestinesi, ha creato una pagina speciale che ogni settimana si arricchisce di ricette arabe, musica, costume, curiosità.

La rubrica La tua bellezza in cucina ha raccolto finora ricette come l’Hummus, a base di ceci, il Babaganoush, uno dei piatti più popolari della cucina mediorientale, che ha come ingrediente principale le melanzane e il Khubtz, una sorta di pane schiacciato che si può preparare in casa.

Nella rubrica Ascolta la tua bellezza, ogni domenica si può ascoltare la colonna sonora del romanzo con una serie di proposte di Nina Simone, The Monkees, Marcel Khalifa e tanti altri

Tutto questo su:

https://marcosymarcos.com/i-mille-veli-dellislam/

 

Settant'anni fa moriva Cesare Pavese

L’omaggio della casa editrice Einaudi a Cesare Pavese a settant’anni dalla sua scomparsa: la ripubblicazione di sette suoi libri con le nuove introduzioni di scrittori contemporanei

 

Cesare Pavese, nato a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe piemontesi, nel 1908, pose fine alla sua esistenza settant’anni fa, il 27 agosto 1950 in una camera dell’Albergo Roma di Torino, di fronte alla stazione di Porta Nuova.

Sul tavolo della camera gli trovarono una copia del libro cui era più affezionato, Dialoghi con Leucò. Sul suo frontespizio era riportato il suo ultimo messaggio: Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Allievo del mitico professor Augusto Monti, aveva trascorso la giovinezza all’interno della “confraternita” del liceo D’Azeglio di Torino, accanto a quelli che diventeranno i capofila dell’antifascismo colto e universitario: Norberto Bobbio, Vittorio Foa, Massimo Mila, Carlo Levi, Giacomo Debenedetti, Leone Ginzburg, Giulio Einaudi.  Insieme a questi due ultimi fondò e diresse sostanzialmente la casa editrice Einaudi tra il 1933 e il 1944 continuando la sua attività di scrittore e di traduttore.   Nel 1950 vinse il premio Strega con La bella Estate.

Einaudi ha deciso di ricordare questo anniversario ripubblicando sette opere di Pavese con l’introduzione di scrittori contemporanei:  Il diavolo sulle colline, con introduzione di Paolo Giordano,  Il mestiere di vivere, con introduzione di Domenico Starnone, La casa in collina, con introduzione di Donatella Di Pietrantonio, La luna e i falò, con introduzione di Wu Ming, Le poesie, con introduzione di Tiziano Scarpa,  Dialoghi con Leucò, con introduzione di Nicola Gardini (in libreria dal 26 maggio).

Riportiamo uno stralcio dell’introduzione di Nicola Gardini a Dialoghi con Leucò riportato in: Seconda, più felice, giovinezza, di Nicola Gardini, Domenica, Sole 24 ore, 24 maggio 2020, p. 5

Pavese ha riattivato una delle forme più alte della nostra civiltà linguistica, il dialogo appunto. E non l’ha semplicemente recuperata, tale forma, dalla soffitta dei generi, pronta ad accogliere temi inediti o, peggio, che mai, a far da tappezzeria d’epoca. Ben consapevole del suo passato socratico e lucianeo e della sua fortuna moderna, rinascimentale e leopardiana (e non solo), del dialogo Pavese ha rinfrescato la propensione scenica, la sostanza tragica. La drammaticità –mentale, psichica, interiore – del Pavese mitografo, che si inventa episodi della religione greca, sta nell’incontro di due solitudini che tentano, anche un po’ controvoglia, di denunciarsi l’una all’altra e a sé stesse, così come di interpretarsi reciprocamente nel quadro di una vicenda universale

Sempre di Nicola Gardini, l’invito a leggere Dialoghi con Leucò, di Cesare Pavese, attraverso la citazione di una delle pagine più belle del libro:

Mnemòsine: “Non ti sei chiesto perché un attimo, simile a tanti del passato, debba farti d’un tratto felice, felice come un dio? Tu guardavi l’ulivo, l’ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni, e viene il giorno che il fastidio ti lascia e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio la sola parola che il tuo cuore attendeva. Altre volte è l’occhiata di un passante qualunque. Altre volte la pioggia che insiste da giorni. O lo strido strepitoso di un uccello. O una nube che diresti di aver già veduto. Per un attimo il tempo si ferma, e la cosa banale te la senti nel cuore come se il prima e il dopo non esistessero più”.


 

Novità, suggerimenti, circolo di lettura, interviste agli autori (in chat!)

In tempi di crisi – bct chiusa e chiuse le librerie, per decreto – le nostre abitudini come il giro in biblioteca o tra gli scaffali della libreria in cerca di libri da leggere hanno subito un drastico stop. Per limitare i danni, i bibliotecari cercano di adattarsi a questa inedita situazione, studiando modi per riannodare i fili dei rapporti con i propri lettori e dando un contributo anche alla ripartenza della filiera del libro.
Stiamo dunque facendo il possibile per mantenere viva questa “piazza del sapere” che è bct, trasformandola però in senso virtuale, grazie alla rete web. Quegli eventi a cui finora i nostri lettori hanno partecipato fisicamente saranno di nuovo possibili da remoto, senza intaccare il clima di condivisione che li ha caratterizzati da sempre.
Sul sito di bct e sulla pagina Facebook, troverete approfondimenti sulle opere letterarie già in circolazione, le nostre proposte di lettura sulle novità , le interviste agli autori, così come sempre li avete trovati in biblioteca, nel corso delle centinaia di incontri che in questi ultimi  anni sono stati organizzati. A tutti verrà data la possibilità di un dialogo vero, a distanza ravvicinata - grazie al web -  con autori, librai, editori e altri lettori.
Solo così bct tornerà ad essere un terreno di confronto per questa città. 

 

marzo-maggio 2020

In chat con l'autrice: Silvia Dai Pra’

Avremmo dovuto ospitare Silvia Dai Pra’ nell’aprile scorso con il suo libro Senza salutare nessuno, edito da Laterza nel 2019. In attesa di recuperare questo appuntamento appena possibile, una piccola anticipazione.

Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria è il terzo romanzo di Silvia Dai Pra’, nata a Pontremoli e cresciuta a Massa, un dottorato di ricerca su Elsa Morante. L’autrice, che attualmente vive a Roma, lavora nella scuola e alla scuola ha dedicato il suo secondo romanzo, Quelli che però è lo stesso (Laterza 2011), dopo aver esordito con La bambina felice (2007).

Silvia Dai Pra’ ha scritto un memoir familiare che tenta di ricostruire, come fosse una detective story, con una scrittura insieme godibile e intensa, cosa è successo nel ramo paterno della sua famiglia, proveniente dall’Istria. La storia si apre con un misterioso biglietto: “Non mi salutate nessuno”, lasciato sul tavolo della cucina dalla nonna paterna Iole, prima di allontanarsi inspiegabilmente, una mattina d’agosto, dalla sua casa di Agordo sulle Dolomiti, nel momento in cui la famiglia di suo figlio, moglie e due nipotine, sta partendo per una vacanza in Jugoslavia. Siamo nel 1988, esattamente un anno prima della caduta del muro di Berlino, quando la scelta di una vacanza in un paese dell’Est non era usuale. Perché allora il padre di Silvia ha preso questa decisione? Silvia si trova di fronte a un puzzle che cercherà di ricostruire per tutta la vita, sfruttando gli scarni indizi che riesce a ricavare dall’osservazione dei luoghi istriani dove la sua famiglia è vissuta prima della sua nascita e dalle poche parole che riesce a strappare ai testimoni di quei giorni. La nonna paterna, tra tutti, rimane il personaggio più enigmatico. Morirà nel 2002 senza aver rivelato nulla dei suoi misteri (“pensi sempre che le persone abbiano una possibilità per svelarsi, ma a volte arriva prima la morte”).

Silvia è molto colpita soprattutto dalla profonda depressione di sua nonna. Rompendo un vero e proprio muro di silenzi e di amnesie, scoprirà che il suo male di vivere era collegato non solo ai rapporti con il marito ma, soprattutto, alle tragedie che hanno colpito la sua famiglia di origine, in seguito all’annessione dell’Istria alla Jugoslavia e alla scia di morte che questo atto ha lasciato nella comunità di origine italiana.

 

 

 

 

In chat con l'autrice: Carla Maria Russo

 

Carla Maria Russo, Una storia privata. La saga dei Morando, Piemme 2019

Docente in un liceo milanese, Carla Maria Russo ama presentarsi nel risvolto di copertina del suo ultimo libro come un’appassionata di storia e di biblioteche, dove svolge abitualmente la sua attività di ricerca.  Ha scoperto tardi la scrittura e, dopo un periodo dedicato alla letteratura per ragazzi, dal 2005 si è rivolta, con grande successo, a un pubblico adulto pubblicando finora una decina di romanzi.  Si è fatta conoscere soprattutto per i romanzi a sfondo storico come La sposa normanna, Il cavaliere del giglio, L’amante del doge, La regina irriverente, La bastarda degli Sforza, Le nemiche, dedicati quasi sempre a grandi donne del passato, ma anche per Lola nascerà a 18 anni e L’acquaiola, candidato al premio Strega nel 2018.

E’ la scrittura di Carla Maria Russo ad affascinare i lettori che sono attratti dalla Storia ma spesso provano soggezione di fronte ai libri degli storici di professione. Il suo linguaggio, privo di asperità, fluente, fortemente comunicativo, fa superare ogni resistenza.

Piero Morando amava, di tanto in tanto, tornare nel piccolo monolocale a piano terra di porta Ticinese nel quale era nato, lungo l’Alzaia Naviglio Grande, a ridosso del vicolo Lavandai, sebbene, a partire dagli anni Ottanta, tutti quei bassi fossero stati venduti a caro prezzo e trasformati in locali tipici, oppure in mostre d’arte permanente di orribili croste dagli improbabili colori. Una volta aveva condotto con sé anche i suoi figli” .Comincia così l’ultimo romanzo di Carla Maria Russo, Una storia privata. La saga dei Morando pubblicato da Piemme nell’ottobre 2019. 

E’ un romanzo di formazione che a tratti si tinge di giallo, anche se la passione per la storia trapela sempre.  Si chiama Piero Morando il capostipite di una famiglia agiata di proprietari immobiliari: tre figli maschi e una femmina. Emanuele è quello che fisicamente gli somiglia di più, ma è anche il più lontano dai valori che lui incarna: quelli legati al successo, al denaro e al conformismo sociale.

Dalle carte del padre, dopo la sua morte, emerge qualcosa di oscuro e potente: segreti rimasti sepolti che dagli anni Trenta, quando Piero Morando si avvicina agli ambienti della lotta antifascista per poi tradirla, ci trascina nella Milano degli anni Duemila. Qui, mentre gli altri figli si trovano a proprio agio nel godere della cospicua eredità paterna legata a un’impresa di costruzioni, Emanuele si interroga sulle radici del patrimonio familiare e scava nel passato finendo per mettere in crisi le sue certezze e gli affetti più profondi.

L’incontro con Carla Maria Russo era previsto in maggio. In attesa di poterlo recuperare, poniamo all'autrice alcune domande. 

Com’è nata l’idea per questa storia milanese, ma anche molto italiana?

Con la saga dei Morando ho continuato un filone, iniziato con L'Acquaiola, di recupero delle mie memorie. Sono stata una bambina sempre molto avida di storie, grandissima ascoltatrice, non tanto di favole quanto di storie vere, che mi raccontavano i nonni e le persone anziane, sulle loro esperienze negli anni della guerra. Un patrimonio di conoscenze enorme e di valore inestimabile, che ho arricchito anche negli anni dell'adolescenza. Questo libro nasce proprio da una di queste storie, narratami da una signora che ne è stata testimone diretta e che abitava nella casa popolare in cui la vicenda si svolta (lo stesso in cui, da ragazza, ho abitato anch'io con la mia famiglia) anche se poi, per rendere meno riconoscibile il luogo, ho preferito ambientarla in uno stabile situato in una strada vicina. Penso che, chi mi ha narrato la storia, ormai molti anni or sono, mai avrebbe immaginato che un giorno qualcuno l'avrebbe raccontata in un libro, altrimenti forse si sarebbe astenuta, perché ricordo che era molto prudente, quasi ritrosa nell'esporre gli eventi e ha infarcito il suo racconto con molti "ho sentito dire che lui..." "la gente diceva che ..." "Mah...vai a sapere se l'è vera o l'è minga vera..."   Racchiudo nella memoria molte altre bellissime storie degli anni del fascismo e della guerra, che meriterebbero di essere narrate, ma non so se mai lo farò per l'ottima ragione che i libri che traggono origine dalle mie memorie mi richiedono moltissimi anni di stesura. Non me ne spiego la ragione ma è così. Al libro Una storia privata ho cominciato a lavorare intorno al 2005. Ricordo che, nel 2008, ne avevo fatto leggere già la prima stesura al mio agente. Ma poi ci ho lavorato ancora per moltissimo tempo, anche se di tanto in tanto. Lo stesso è accaduto per L'Acquaiola. Difficile spiegarne i motivi. 

Ultimo punto: concordo che sia una storia milanese, italiana e, aggiungerei, di ogni luogo in cui si sia combattuta una guerra perché, purtroppo, nel corso di una guerra si verificano senza dubbio tanti episodi di nobiltà d'animo e di generosità ma purtroppo anche a molti, moltissimi gesti ignobili e vergognosi. Non si ha idea di quante ricchezze improvvise siano il frutto di imbrogli ai danni di chi non si poteva difendere, di raggiri, furti, tradimenti, ruberie, denunce. E questi episodi sono rimasti sempre - o quasi sempre - sepolti. Ad esempio, mi ha lasciato sbalordita il fatto che, dopo aver letto Una storia privata, ben due persone mi hanno scritto chiedendomi stupite come avevo fatto a narrare una storia che coincideva in tutto e per tutto con quella che, a un certo punto della loro vita, hanno scoperto essere accaduta nella loro famiglia o in quella del marito. Potrei raccontare almeno altre due storie identiche in tutto e per tutto alla saga dei Morando, inclusa la composizione familiare (4 figli, 3 maschi e una femmina), le caratteristiche psicologiche dei protagonisti, le dinamiche familiari (rapporti difficilissimi con una strabordante e arrogante figura paterna) e le circostanze molto oscure e ambigue dell'arricchimento. 

C’è un collegamento tra il suo lavoro di insegnante, la passione per la storia e per la scrittura? Il protagonista del libro, Emanuele, è un giovane che va a indagare tra le carte, cioè tra i documenti, per svelare misteri e ricostruire un passato su cui tutti vorrebbero mettere una pietra sopra. La storia non è solo uno sfondo che serve per creare la giusta atmosfera di una saga familiare, ma sembra essere  presente come metodo. E’ così?

In generale, tutta la mia produzione narrativa risente in modo molto forte della mia formazione culturale, del mio vissuto e delle mie passioni e non potrebbe essere diversamente perché l'autore, in un romanzo, parla sempre di sé, riversa il suo mondo, porta alla luce ciò che giace nel profondo della sua anima, al di là delle veste sensibile attraverso la quale sceglie di narrarsi. Per questo alcune storie parlano al suo cuore e vengono narrate e altre, pur altrettanto belle, lo lasciano più indifferente. In questo libro, pur nel rispetto delle informazioni che avevo sulle vicende e sui protagonisti, mi sono presa la libertà di attribuire al personaggio di Emanuele alcune passioni molto vicine alle mie. 

Nel libro è possibile individuare tratti di giallo, di romanzo storico, ci sono grandi storie d’amore. Tuttavia, la scelta di Emanuele che acquista consapevolezza di sé scavando al di là della superficie delle cose e dei sentimenti, fa pensare a un romanzo di formazione. In fondo, quest’uomo fragile e dai tratti adolescenziale diventa uomo facendo delle scelte cruciali, affermando coerentemente gli ideali in cui ha sempre creduto. Condivide questa attribuzione?

Sì, è senz'altro così, sebbene, a mio parere, il processo di crescita di Emanuele non si sviluppi a pieno ma si blocchi in un limite caratteriale che è poi quello che sua madre gli espone con lucidità nel loro ultimo colloquio, ovvero una concezione etica molto rigida, alimentata da un senso di superiorità morale che lo induce a ergersi a giudice e condannare tutti quelli che, a suo parere, si discostano o tradiscono questo suo modello ideale, precludendogli ogni forma di perdono (accade anche verso la donna amata) e portandolo a chiudersi in una forma di coerenza molto distruttiva. 

Leggendo i suoi libri si nota una predilezione per i grandi personaggi femminili. Qui invece siamo di fronte a un grande personaggio maschile, un giovane uomo, un eroe a suo modo, pur nelle sue fragilità e nelle sue contraddizioni. Anche in questo romanzo, tuttavia, è riuscita a ritagliare uno spazio per un’altra grande figura femminile, la nonna paterna, simbolo di coraggio e trait d’union tra il passato e la contemporaneità.  Si è ispirata a una figura veramente esistita?

Di personaggi come Amelia, la nonna materna di Emanuele, la storia della resistenza è davvero piena. Ci sono state tantissime "Amelie" in quel periodo, eroine del tutto involontarie, costrette dalla storia e dalle circostanze a fare scelte difficili e a trovare il coraggio di agire, anche quando questo sembrava mancare. Davvero tantissime storie, tutte bellissime, che è un vero peccato non possano venire alla luce. 

Come ha vissuto da milanese il periodo dell’epidemia e come la “chiusura” ha influenzato il suo lavoro?

In grande pena per la mia città e regione, grande rabbia per una gestione della situazione che non sempre ho condiviso ma, anche, devo dire, grazie alla forzata clausura, lavorando in modo molto intenso e costruttivo al mio nuovo libro, che uscirà a fine marzo dell'anno prossimo. 


 

A cura di Paola Maraldi

18 maggio 2020

 

 

Caterina de’ Medici. Un’italiana alla conquista della Francia

 

Se si vuol leggere una biografia storica che sia anche un romanzo psicologico per l’accurata analisi introspettiva dei personaggi e insieme una storia a noi vicina per i sentimenti che l’attraversano, suggeriamo il libro che Alessandra Necci ha dedicato a Caterina de’ Medici: Caterina de’ Medici. Un’italiana alla conquista della Francia, pubblicato da Marsilio a fine 2019.

Alessandra Necci, docente universitaria e avvocata, si è fatta conoscere al grande pubblico con quattro biografie: Il prigioniero degli Asburgo. Storia di Napoleone II re di Roma, Re Sole e lo Scoiattolo. Nicolas Fouquet e la vendetta di Luigi XIV, Il Diavolo zoppo e il suo Compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, Isabella e Lucrezia, le due cognate, incentrato sulle figure di Isabella D’Este e a Lucrezia Borgia.

Caterina de’ Medici costituisce il seguito ideale di quest’ultimo fortunato libro, più volte ristampato e ora in commercio in edizione tascabile Feltrinelli, avendo al centro un’altra donna eccellente del nostro passato, una delle figure più straordinarie della storia e della cultura del Cinquecento, ma anche una delle più  controverse, tratteggiata spesso, da una storiografia e da una letteratura (Dumas, in primo luogo) certo non benevole nei suoi confronti, come  una “principessa nera” assetata di sangue.

Caterina, figlia di Lorenzino il Giovane (dedicatario del Principe di Machiavelli), allevata nella corte di due papi, gli zii Leone X, figlio secondogenito di Lorenzo il Magnifico, e Clemente VII, al secolo Giulio, figlio naturale di Giuliano de’ Medici, è destinata fin dalla nascita a svolgere un ruolo sulla scena politica grazie ad un accorto matrimonio.  Viene infatti fatta sposare nel 1553, quando ha quattordici anni, a Enrico di Valois, secondogenito del re di Francia Francesco I che voleva un’alleanza italiana e una cospicua dote per rimpinguare le casse della corona. 

Male accolta dalla corte francese, in quanto borghese e straniera, riesce a sopravvivere grazie alle sue doti di autocontrollo e alla protezione del re Francesco, appassionato cultore del Rinascimento italiano, circondandosi di uno stuolo di artigiani, cuochi, profumieri, artisti suoi conterranei che imposero il culto del buon vivere e diffusero le raffinatezze fiorentine nella capitale francese. Fu lei, quasi un’antesignana dei moderni “influencer”, a introdurre in Francia l’uso della forchetta e del tovagliolo e a far conoscere bon ton e gelati, macaron e soupe à l’oignon.

Ma non fu questo il suo unico merito. Il lavoro di Alessandra Necci mette in luce aspetti della sua personalità che le restituiscono la dignità di un grande personaggio politico, aspetti che Caterina rivela da quando, diventata vedova, governa per lunghi anni come reggente dei figli e vera erede del re.

L’obiettivo delle trame di Caterina è mantenere la pace a ogni costo e in ogni modo, in famiglia e nel Paese. La corte, inoltre, ha il compito di rimandare l’immagine di una ‘ritrovata armonia’, è concepita come luogo di riconciliazione ed esaltazione del bello, che ruota attorno al monarca”. Caterina ha consolidato la monarchia francese nell’epoca più tormentata, il 16° secolo, “gli anni delle trasformazioni, dei cambiamenti, dei capovolgimenti in ogni campo; è la ‘chiave della modernità’ e lei vi partecipa e assiste con estremo gusto” (p. 307).

Per approfondire:

Caterina de’ Medici, regina di bon ton e ghiottonerie, di Giuseppe Scaraffia, in Domenica: Il Sole 24 ore, 10 maggio 2020

Cosa leggere di Alessandra Necci in bct:

Isabella e Lucrezia, le due cognate (Marsilio 2017)

http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/isabella-e-lucrezia-le-due-cognate-donne-di-potere-e-di-corte-nellitalia-del-rinascimento/UM11176811?tabDoc=tabcata

Presente in formato e-book anche su MLOL https://umbria.medialibrary.it/media/scheda.aspx?id=150148933

 

 

La diagonale celeste

 

La Diagonale celeste. Viaggio d'erranza sulla Via Michelita di Enzo Cordasco, Era Nuova, 2020

E' uscito in questo febbraio 2020, con presentazioni ufficiali a Perugia e in altre città da marzo, il nuovo libro di Enzo Cordasco sulla Via Michelita o la Linea sacra di San Michele Arcangelo. La presentazione in bct doveva esserci il 14 maggio. L'appuntamento è rinviato in autunno, ma poiché l'8 maggio è la festa di San Michele Arcangelo, abbiamo pensato di segnalarvelo, ricordando che può essere richiesto alla casa editrice lungara@tiscali.it o all'autore enzocordasco@hotmail.com.

 

 

 

 

La Diagonale celeste: viaggio d'erranza sulla Via Michelita, edito da Era Nuova Perugia con la prefazione della scrittrice e antropologa Maria Zanoni è un diario di viaggio e di erranza sulla Via Michelita 'in compagnia' dell'Arcangelo Michele. Un percorso 'sapienziale' ed emozionale lungo la Linea di San Michele e sui luoghi che segnano il suo culto, un itinerario affascinante e misterioso che parte dall'Irlanda e arriva in Israele toccando Gran Bretagna, Francia, Italia e Grecia. I sette luoghi canonici sono Skellig Michael in Irlanda o roccia di San Michele, Saint-Michael's Mount in Cornovaglia, Mont Saint-Michel in Normandia, la Sacra di San Michele in Piemonte, il Santuario di San Michele nel Gargano, a Monte Sant'Angelo, il Monastero di San Michele nell'isola di Symi, in Grecia, e il Santuario di San Michele e della Stella Maris sul Monte Carmelo in Israele. Nella Linea è inserita anche l'Umbria con il Tempio di Sant'Angelo a Perugia e la Pieve di San Michele all'Isola Maggiore del Lago Trasimeno. Una particolare energia sprigiona da questi luoghi che si trovano collocati lungo le cosiddette 'Ley Lines' o linee energetiche della Terra, tracciati percorsi da linee di forza magnetica dove, nei punti di maggiore irradiazione, sorgevano megaliti, tumuli, edifici sacri. Questi luoghi appaiono allineati su di una retta o meglio su una diagonale che, prolungata in linea d'aria, porta a Gerusalemme, e infatti viene chiamata 'Via Michelita o Via di Gerusalemme'. Tutti i Santuari micheliti sono in perfetto allineamento con il tramonto del sole nel giorno del solstizio d'estate. Questa Linea è l'insieme dei punti lungo la superficie terrestre dove passa l'ultimo raggio di sole al tramonto del solstizio d'estate.

L'autore, già Presidente del Teatro di Sacco per molti anni, è dramaturg di Teatro Civile, ricercatore in Arti dello Spettacolo e docente di Storia del Teatro e della Danza. Ha pubblicato venti libri.


 

 

A Colson Whitehead il Pulitzer 2020 per la narrativa

L’afroamericano Colson Whitehead, dopo tre anni dal primo premio Pulitzer per La ferrovia sotterranea, si è visto assegnare il secondo Pulitzer per il romanzo I ragazzi della Nickel, pubblicato in Italia da Mondadori con la traduzione di Silvia Pareschi.

Una costruzione narrativa molto originale che unisce fiction, indagine storica e denuncia sociale quella elaborata da Colson Whitehead attorno all’umanità disperata di un riformatorio americano nel 1963.

Inevitabile, e più volte dichiarato esplicitamente dall’autore, il richiamo a Toni Morrison, la scrittrice più rappresentativa della narrativa afroamericana: “Se tutto ciò che faccio quando scrivo romanzi (o qualsiasi altra cosa scriva) non parla del villaggio o della comunità o di voi, allora non parla di niente”, aveva dichiarato la scrittrice, premio Nobel e Pulitzer nel 1993.

Alla base de I ragazzi della Nickel c’è un minuzioso lavoro legato alla scoperta di oltre ottanta sepolture clandestine nell’area circostante un centro detentivo per minori in Florida (l’Arthur Dozier School era il suo vero nome), nei primi anni del Duemila. A partire dall’identificazione dei cadaveri, tutti appartenenti alla comunità afroamericana, un’indagine condotta da archeologi e antropologi rivela l’esistenza di un vero e proprio sistema di brutale repressione nei confronti dei minori di colore detenuti, in linea con una legislazione che,  nei primi anni ’60, era ancora fortemente penalizzante e discriminatoria nei confronti della minoranza di origine africana.

Quello che Colson Whitehead sa realizzare a partire da questa inchiesta, pur legata strettamente al mondo della popolazione nera degli Stati Uniti, è tuttavia un romanzo universale sull’abuso del potere e sulle lotte che a tutte le latitudini e in tutti i tempi si combattono per i diritti civili.

 

Per approfondire:

http://www.raiscuola.rai.it/articoli-programma-puntate/colson-whitehead-in-fuga-dallinferno/38814/default.aspx

https://video.corriere.it/cultura/la-lettura/whitehead-gli-usa-oggi-regime-corrotto-razzista-oppressivo/21663e2c-cf58-11e9-874e-4a9e2900aac3

Cosa puoi leggere di Colson Whitehead in bct:

  • I ragazzi della Nickel, Mondadori 2019
  • La ferrovia sotterranea,  Sur, 2017
  • Il colosso di New York, Mondadori, 2004

 

Lavoro, precarietà e dintorni

108 metri. The new working class hero, di Alberto Prunetti, Laterza 2018

Ipotesi di una sconfitta, di Giorgio Falco, Einaudi 2017

                                                                                                                          

E’ possibile scrivere un romanzo che parli di lavoro, di precariato, di non lavoro, meglio di un saggio di sociologia o di un articolo d’inchiesta? Giorgio Falco e Alberto Prunetti ci raccontano cosa sta succedendo nel mercato del lavoro nell’era della globalizzazione con i loro due ultimi romanzi. Entrambi si leggono con grande piacere e sono stati apprezzati dalla critica nonostante questo tipo di scrittura civile sia ritenuta tuttora in Italia, salvo qualche rara eccezione, ai margini del “canone” letterario.

Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco (già autore di Pausa caffè, Ubicazione del bene, La gemella H, finalista del premio Campiello,  vincitore del SuperMondello, del Volponi e de Lo straniero)   è quasi un capolavoro, animato da una lingua trasparente ed elaborata… corrisponde alla vita che c’è intorno a noi, oggi, intorno a un giovane che lavora o che vorrebbe lavorare, se solo lo facessero lavorare. Una vita mediocre, con lavori mediocri, imprenditori mediocri, luoghi mediocri come quest’Italia che crea soldi e insieme rancore (Marco Belpoliti). 

Il romanzo di Alberto Prunetti, 108 metri (che allude alla lunghezza dei binari prodotti nell’acciaieria di  Piombino), pubblicato da Einaudi, arriva dopo il successo di Amianto che era stato dedicato alla figura del padre Renato malato di asbestosi. E’ la sua storia personale di brillante laureato in fuga dalla fabbrica prima e dai contratti a chiamata italiani poi, e dei lavori trovati nei bagni e nelle cucine del Dorset, raccontata come un romanzo d’avventura che ricorda  R. L. Stevenson.  I suoi compagni, i cuochi del Regno Unito, icona dello sfruttamento lavorativo contemporaneo, vengono rappresentati come una ciurma di pirati disposta a combattere per la sopravvivenza in mille modi a partire dal giuramento contro tutti i batteri che s’infilano nei ristoranti.

Anche Prunetti, come Falco, sperimenta con il linguaggio, riproducendo la lingua meticcia e colorita dei lavoratori inglesi, italiani, spagnoli, francesi  e dei lori mille dialetti tra cui il toscano e il napoletano, alludendo  alla comune disgraziata sorte dei lavoratori precari di tutto il mondo.
 

Se vuoi leggere il bel commento di Giorgio Vasta al libro di Giorgio Falco:

http://www.minimaetmoralia.it/wp/quello-accade-ai-nostri-corpi-ipotesi-sconfitta-giorgio-falco/

Il libro è disponibile in bct (http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/ipotesi-di-una-sconfitta/UM11433287?tabDoc=tabloca)

 

Un commento al libro di Alberto Prunetti scritto da Gabriele Salvatori in:

https://www.dinamopress.it/news/sentire-allargare-rafforzare-la-rete-lettura-dellultimo-romanzo-alberto-prunetti/

La rassegna completa delle recensioni a 108 metri è disponibile sul sito della casa editrice Laterza (www.laterza.it)

 

Archivio dei bambini perduti

Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, La nuova frontiera 2019. 
 

Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli è uscito in Italia nell’ottobre 2019 con traduzione di Tommaso Pincio.
Chi l’ha edito è La nuova frontiera, una giovane casa editrice romana specializzata nella letteratura dell’America latina, della Catalogna  e dell’Africa lusofona, la stessa che ha fatto conoscere in Italia Sandra Cisneros, Mercè Rodoreda, Jaume Cabrè.  Nell’ultima pagina un invito al lettore: “Ci auguriamo che il libro ti sia piaciuto e, se così è stato, ti invitiamo a consigliarlo a un altro lettore. Il passaparola è fondamentale per il nostro lavoro”. Questo richiamo a uno strumento così “povero” come il passaparola dei lettori appare come un grande atto di umiltà  da parte dell’editore, se si considera che siamo di fronte a un’opera rispetto alla quale il giudizio della critica è stato straordinario.  Archivio dei bambini perduti ha infatti ricevuto premi prestigiosi come Los Angeles Time Book Prize e l’American Book Award ed è stato finalista al Booker Prize 2019. 
Valeria Luiselli, un nome che rivela l’origine italiana dei genitori, nata nel 1983 in Messico, cresciuta in Corea del Sud, attualmente vive a New York.  Ha scritto i primi due romanzi (
Volti nella folla e La storia dei miei denti) e due saggi (Carte false e Dimmi come va a finire) in lingua spagnola, mentre ha scelto l’inglese per quest’ultimo libro che è stato pubblicato negli Stati Uniti. 
Quella che è stata definita dalla critica “l’autrice della grande epopea americana”, rivendica tuttavia la sua appartenza alla comunità dei latinos, la “minoranza” più numerosa (circa 70 milioni di individui), all’interno del melting pot statunitense.

Nel 2014, la scrittrice, durante un viaggio con la famiglia dalla costa atlantica ai confini con il Messico,  ebbe modo di assistere in prima persona all’esplosione del fenomeno dell’immigrazione clandestina e, in particolare, del dramma dei minori non accompagnati.  Più di cinquantamila di loro,  dagli uno ai 17 anni, in quell’anno entrarono illegalmente negli Stati Uniti e molti finirono rinchiusi negli immensi centri costruiti per loro a ridosso del confine, in attesa dei processi.  Fu in seguito a questo viaggio che Valeria Luiselli cominciò a scrivere prima i  suoi saggi e poi questo romanzo, mentre si dedicava all’attività di traduttrice volontaria per il tribunale in favore dei minori immigrati. 
 “Ogni volta che i nostri figli parlano dei bambini rifugiati, li chiamano “bambini perduti”, me ne rendo conto adesso. Immagino che la parola “rifugiato” sia più difficile da ricordare. E anche se il termine “perduto” non è preciso, nel nostro privato lessico famigliare, i rifugiati sono i “bambini perduti”. E in un certo senso, credo, che siano questo, bambini perduti.  Sono bambini che hanno perduto il diritto a un’infanzia”.

Nel romanzo, il viaggio dei bambini “perduti” si incrocia specularmente con quello compiuto da una famiglia di quattro persone, una coppia che da New York intende arrivare al confine del Messico, insieme ai due bambini: il figlio di lui, la figlia di lei.
In maniera simmetrica, il mondo dei bambini immigrati e dei due in viaggio con i genitori si scontra continuamente con quello degli adulti. Il conflitto non si manifesta solo nelle forme estreme adottate dai trafficanti  sui minori;  può nascondersi anche nei dettagli di una vita familiare apparentemente serena. I due mondi, quello dei bambini e quello degli adulti – anche se si tratta solo di genitori troppo presi a inseguire le loro “narrazioni” -  appaiono inconciliabili tra loro e si esprimono in lingue diverse.
I genitori in viaggio sono documentaristi dei suoni: li raccolgono per documentare il presente. Tutte le loro azioni, anche se gli scopi del loro viaggiare sono eterogenei, sono finalizzate all’atto del raccogliere e dell’archiviare. Non ne sono escluse le parole dei loro bambini.
“Non so cosa diremo un giorno io e mio marito ai nostri figli. Non so bene quali parti della nostra storia potremmo selezionare e tagliare, e quali rimescoleremo e recupereremo in modo da arrivare a una versione finale: anche se selezionare, tagliare, mescolare e montare suoni è probabilmente il miglior sunto per definire quello che io e mio marito facciamo per vivere.”
Non è un caso che la famiglia viaggi con delle scatole piene di oggetti significativi, musiche e opere letterarie. I tanti meravigliosi suggerimenti di ascolto e di lettura costituiscono un motivo in più per leggere questo libro intenso e coinvolgente che non finirà di sorprendere fino all’ultima pagina.   

25 aprile 2020

Sono trascorsi settantacinque anni da quella fatidica data della rinascita e della ritrovata libertà che la difficile attuale situazione rischia di appannare. 
Tra i tanti libri che sono stati pubblicati, proponiamo due antologie:  

Racconti della Resistenza, a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, 2005 http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/racconti-della-resistenza/UM10189038?tabDoc=tabloca,
Storie della Resistenza, a cura di Domenico Gallo e Italo Poma, Sellerio, 2013 (è in commercio l’ed. 2015).
Il libro raccoglie “ricordi, testimonianze, racconti, appunti, ritratti di vita, di morte e di azioni militari, tutti di protagonisti. Sono storie che desiderano salvare della Resistenza italiana il profilo più autentico, ossia il sentire genuino di chi viveva battendosi per un ideale di libertà” (nota dei curatori, dalla copertina del libro). 
Proponiamo inoltre il recente saggio
Storia della Resistenza, a cura di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, Laterza, 2019 (disponibile sul catalogo MLOL: http://www.umbriacultura.it/SebinaOpac/resource/racconti-della-resistenza/UM10189038?tabDoc=tabloca

Due gli assaggi di lettura proposti dalle due antologie:
La voglia di rinascita raccontata da Cesare Pavese
 “Salii la stradicciuola a comprare del pane in paese. La gente mi guardava dagli usci, sospettosa e curiosa. A qualcuno facevo un cenno di saluto. Dalla piazza in alto, si vedevano altre colline quasi azzurre, e, più in su, le montagne, rosee nel cielo chiaro. Mi fermai contro la chiesa, sotto il sole. Nel tepore e nel silenzio ebbi un’idea di speranza. Mi parve impossibile tutto quel che accadeva. La vita avrebbe un giorno ripreso, sicura e ferma com’era in quest’attimo. Da troppo tempo avevo dimenticato”. 
(da Cesare Pavese,
Il fuggiasco, in Racconti della Resistenza, a cura di Gabriele Pedullà, Einaudi, 2005, p. 205). Questo breve racconto incompiuto, secondo il curatore,  può essere considerato il nucleo generatore o, più modestamente, un cartone preparatorio” de La casa in collina, anticipando i grandi temi della narrativa resistenziale dell’autore, comprese le sue contraddizioni.

L’onestà intellettuale 
Saranno i testi a parlare al lettore meglio di qualsiasi analisi o spiegazione: calandoci in questi vecchi libri, nei giornali raccolti nei fondi delle biblioteche, nelle pagine di riviste introvabili, ci siamo accorti quanto ogni retorica che ha cercato di aggredire e annullare questo momento della nostra storia, oppure che l’ha interpretata senza alcuna sfumatura critica, venga inevitabilmente superata dall’onestà intellettuale di chi, a differenza di altri, ha trovato il coraggio e una voce per raccontare (nota dei curatori dell’antologia Storie della Resistenza,  Sellerio, 2015).


 

23 aprile. Giornata mondiale del libro.
Una “festa” per ripartire con i libri

 

C’è veramente poco da festeggiare in questa Giornata mondiale del libro. La filiera del libro sta franando sotto gli effetti della pandemia. A risentirne sono state in primo luogo le librerie con un -75% del valore delle vendite e gli editori che hanno reagito ritardando le date di pubblicazione (più di 23.000 nuovi titoli bloccati). Particolarmente gravi le ripercussioni a danno degli scrittori e dei traduttori (se si confrontano i compensi di questi ultimi a livello europeo, l’anello più debole della catena).

Dal 14 aprile, le librerie hanno in parte riaperto tra mille problemi, legati alle legittime perplessità per la salute di librai e lettori. In molte parti d’Italia, grazie all’aiuto degli editori che hanno coperto le spese dell’operazione, sono riuscite anche a organizzare la consegna a domicilio dei libri (su www.libridaasporto.it l’elenco completo).

Le biblioteche sono chiuse da più di un mese. Hanno provato a mantenere un legame con i propri lettori sfruttando le risorse del digitale, tramite i loro siti e le pagine social. Ma oggi, alla vigilia della fase 2, è difficile, quasi impossibile, calare le regole del distanziamento, mettendo barriere dove non c’erano e interrompendo la “promiscuità” che, come dice Michele Serra, è l’anima della cultura. Nelle librerie come nelle biblioteche il contatto umano (la “mediazione” del libraio e del bibliotecario) è fondamentale e fa la differenza con le librerie digitali. Il futuro è tutto da inventare e il rischio che si corre è enorme.

La novità di questi giorni, quella che ci fa ben sperare, è però che dopo anni di ostilità senza prospettiva, le associazioni degli editori hanno capito che le biblioteche non sono “avversari” da combattere, ma possibili alleati contro “la più grave crisi attraversata dal libro dal Dopoguerra”, così si esprime l’Associazione di categoria AIE. Se non si riconosce che i bassi livelli di lettura del nostro paese rispetto al resto dell’Europa sono legati a fattori strutturali (mancato investimento nella scuola, nelle biblioteche scolastiche, nelle biblioteche di pubblica lettura) e che la cultura è essa stessa un “sistema” su cui programmare e investire, non si va da nessuna parte.

Finalmente, in un documento congiunto, le Associazioni degli editori, dei bibliotecari e dei librai hanno rivolto un appello al Governo dal titolo suggestivo: “Ripartire dai libri”

Il testo completo è disponibile su: 

https://www.aie.it/Cosafacciamo/AIEtiinforma/News/Leggilanotizia.aspx?IDUNI=kcdglrnywxqmy4b1plmynhnb1994&MDId=10597&RAE=10635;1;102-71-2007.3.16;102-2801-2020.4.20;-1;102;&Skeda=MODIF102-2801-2020.4.20

Si chiede che ci sia un sostegno pubblico al sistema bibliotecario attraverso un piano di finanziamenti per le biblioteche destinato all’acquisto di libri che valorizzi le librerie del territorio, l’estensione del “bonus cultura” ad altre fasce della popolazione, detrazioni fiscali per l’acquisto di libri. Leggiamolo e riflettiamoci insieme.

 

Se “andrà tutto bene” o no, dipende a questo punto solo da noi.

 

Per celebrare insieme questa giornata e per dare avvio alla campagna Il maggio dei libri, non dimenticare la prima maratona letteraria in streaming il 23 aprile dalle 11 alle 18, sul sito: capolavoridellaletteratura.org 

Intanto, ti invitiamo a leggere l'interessante articolo di Nicola Lagioia pubblicato sulla rivista Internazionale il 14 aprile 2020

 

 

La passione di cambiare il mondo: Luis Sepùlveda

Ci ha lasciati ieri a Oviedo, in Spagna,  l’amatissimo  scrittore cileno Luis Sepùlveda, dopo aver lottato per un mese contro il coronavirus. Si era ammalato al suo rientro dal Portogallo nella città di Gijon dove viveva da vent’anni e in cui  aveva dato vita al Salone Iberoamericano, vetrina letteraria internazionale di grande prestigio.
Nel 1973, dopo il golpe di Pinochet,  fu arrestato e torturato per essersi schierato apertamente per il presidente Salvador Allende, di cui era stato anche guardia personale. Liberato solo grazie alle pressioni di Amnesty International, condannato di nuovo all’esilio e privato della cittadinanza cilena, scelse  di vivere  in Germania poi  in Francia, infine in Spagna, il paese da cui era fuggito suo nonno, anarchico, scappato due volte dal carcere. Il Cileno errante, come è stato definito da Pino Cacucci, continuò da scrittore le sue battaglie politiche e civili in nome della libertà del suo popolo e di  tutte le minoranze, impegnandosi anche sul fronte ecologista, diventando un’icona del nostro tempo. 
Sepùlveda ha scritto più di venti romanzi, venduti in milioni di copie, tra cui I
l vecchio che leggeva romanzi d’amore, Il mondo alla fine del mondo, Un nome da torero, Patagonia Express, Diario di un killer sentimentale, Le rose di Atacama, rivolgendosi anche al pubblico più giovane con  Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare (trasposto per il cinema da Enzo D’Alò),  Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa e Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà.   
L’ultimo suo libro uscito in Italia, ad aprile, è
La fine della storia, pubblicato da Guanda con la traduzione di  Ilide Carmignani.  
Sepùlveda era atteso in Umbria per la fine di giugno al festival Encuentro, di cui era stato più volte ospite d’onore. 

 

 

Consigli di lettura

La frontiera scomparsa, Guanda, 1996

 

E’ un grande romanzo di formazione e insieme un meraviglioso viaggio di ritorno alle origini, dall’America latina passando dal Rio de la Plata agli altipiani della Bolivia, che si conclude solo tra le colline coperte di ulivi dell’Andalusia. Il protagonista è un giovane con un “biglietto per andare da nessuna parte” regalo, per il suo undicesimo compleanno, di suo nonno, un irriducibile guerrigliero della vita che lo fa incamminare sulla strada più difficile, quella dei viaggiatori instancabili, di coloro che vivono per un ideale. 
“Lo vidi uscire con un volume di piccolo formato. Mi chiamò accanto a lui, e mentre lo ascoltavo lessi sul dorso: Come fu temprato l’acciaio di Nicolj Osrovskij. “Bene, bambino mio. Questo libro devi leggerlo da solo, ma prima di dartelo voglio che tu mi prometta due cose.” “Quello che vuoi, nonno.” “Questo libro sarà un invito per un grande viaggio. Promettimi che lo farai.” “Te lo prometto. Ma dove andrò, nonno?”  “Forse da nessuna parte, ma ti assicuro che ne vale la pena.” “E la seconda promessa?” “Che un giorno andrai a Martos.” “Martos? Dov’è Martos?”  “Qui”, disse battendosi sul petto con la mano …”

 

Un nome da torero, Guanda, 1995. 

 

Il terzo romanzo di Sepùlveda – dedicato a Paco Ignacio Taibo II che l’autore ringrazia  per averlo coinvolto nell’avventura del Romanzo Nero -  è un’incredibile avventura che si sviluppa nel secondo Novecento tra la Germania e l’America del Sud.
La storia, come tutte le altre raccontate da Sepùlveda, “addensa temi politici cruciali, fantasmi della nostra storia recente, riflessioni amare sulla caduta di molti ideali”. 

“In una splendida Terra del Fuoco autunnale, sotto un cielo blu attraversato da stormi di ottarde, davanti alle acque dello Stretto di Magellano” si va alla ricerca di un tesoro, una collezione di preziosissime monete d’oro sottratte dalla Gestapo durante la seconda guerra mondiale ai loro proprietari e rubata da due soldati tedeschi. Cinquant’anni dopo, un ex guerrigliero cileno riceve l’incarico di recuperare la preziosa raccolta nascosta nella Terra del Fuoco, trovandosi in  concorrenza con altri temibili avversari. 

 

 

Un amore del primo Novecento 

Lettere d’amore, di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti, Quodlibet 2019

Il prossimo 23 aprile il prof. Franco Contorbia avrebbe presentato nella nostra biblioteca le Lettere d’amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti, pubblicate la prima volta nel 1951 e mai più ristampate fino all’uscita di questo libro, curato da lui stesso, con la casa editrice Quodlibet, nel giugno 2019. 
In attesa di recuperare questo appuntamento, vi proponiamo la lettura di questo epistolario databile tra il 1907 e il 1910.
Lo leggeranno con piacere i bibliofili e gli appassionati di intrighi a base letteraria, perché la storia dei manoscritti originali del centinaio di lettere che i due poeti si scambiarono nel corso di tre anni è un vero giallo - “un puzzle filologico, archivistico e bibliografico” - come ci racconta Franco Contorbia nella bella postfazione. 
Piacerà sicuramente agli appassionati di Gozzano, perché nella corrispondenza si intravede “l’atto di nascita della signorina Felicita”.
Appassionerà, poi, quanti amano leggere storie d’amore. Quella tra i due poeti è “sbilanciata e faticosa”: da un lato un “Gozzano attratto, poi riluttante”; dall’altro una “poetessa accanita, emancipata e vitalissima, che forse metteva anche paura”. Ma Amalia si riscatta con la forza del suo sentimento: se Gozzano le scrive “Ragiono, perché non amo: questa è la grande verità. Io non ti ho amata mai” (Guido -30 marzo 1908); lei risponde: “Ti bacio sugli occhi lungamente e su la bocca in fretta, per non morire” (Amalia – 3 aprile 1908).
Queste lettere piaceranno, inoltre, perché raccontano, splendidamente, e attraverso una chiave di lettura umanizzata, uno scenario borghese, quello dei salotti del primo Novecento. 
E infine contengono un riferimento alla malattia, che è parso molto attuale: “Io ho, da mesi e mesi ormai, l’illusione di essere un cenobita! Vietate tutte le distrazioni che, a me specialmente, sono le uniche cose che fanno la vita degna di essere vissuta… E infatti da questo cervello non è più balzato un verso che valga… un bottone. […] La mia salute va relativamente meglio. Ma figuratevi che da mesi porto una maschera inalatrice, giorno e notte e quell’ordegno che mi chiude in una rete metallica quasi tutto il volto mi dà l’aspetto rimbecillito di un palombaro …” (Guido - 3 agosto 1907).

Per approfondire:
https://www.quodlibet.it/recensione/3774 (Paolo Mauri, Il Gozzano innamorato, su Robinson 19 ottobre) 
 
L’edizione originale del 1951 è disponibile in bct, per sola consultazione, nella donazione Frateili

 

Un ritorno fortunato: Olive, ancora lei

 Nel primo pomeriggio di un sabato di giugno, Jack Kennison inforcò gli occhiali da sole, salì sulla sua decappottabile aperta, si fece passare la cintura di sicurezza sulla grossa pancia e partì alla volta di Portland, a quasi un’ora di macchina, pur di non incontrare Olive Kitteridge lì nell’alimentari di Crosby nel Maine. 

Comincia così l’ultimo libro di Elisabeth Strout, Olive, ancora lei, pubblicato da Einaudi il 10 marzo scorso, con la traduzione di Susanna Basso. E’ il sequel ambizioso di Olive Kitteridge, il romanzo corale fatto di racconti, ognuno interconnesso agli altri, con cui l’autrice ha vinto il premio Pulitzer dodici anni fa e da cui è stata ricavata una serie tv, prodotta dalla Hbo, con  Francis Mc Dormand e Bill Murray. 

Quello di Olive è un personaggio ingombrante in cui è difficile sulle prime riconoscersi. Insegnante di matematica in pensione, vedova di Henry, scialbo farmacista della cittadina fittizia di Crosby nel Maine, un figlio “distante” in tutti i sensi, per tanti è ormai una “vecchia ciabatta” che non fa nulla per risultare simpatica. Tuttavia, alcuni tratti del suo carattere, sensibilità mista a intelligenza, le consentono di brillare nelle storie “minuscole e grandiose” che coinvolgono la cittadina di provincia fino a diventare un personaggio indimenticabile.
 

 

Cosa leggere di Elizabeth Strout in italiano?

L’autrice ha pubblicato per Fazi editore:

Amy e Isabelle 

Resta con me

I ragazzi Burgess 

Olive Kitteridge 

Da Einaudi sono usciti:

Mi chiamo Lucy Barton 

Tutto è possibile 

Per rimanere immersi nell’atmosfera della provincia americana, da non perdere un classico come:

Racconti dell’Ohio di Sherwood Anderson, Newton Compton 1976 

 

Alberto Arbasino

Il 22 marzo ci ha lasciati Alberto Arbasino, autore di romanzi e saggi: L’anonimo italianoLa bella di Lodi, Le piccole vacanze e tanti altri, “una produzione ricca, eccentrica, svagata, lievemente cinica” (Daniele Santero). Tutta la produzione narrativa è stata raccolta in due volumi pubblicati da Mondadori nella collana I meridiani.
Un libro lo tenne impegnato per trent’anni,
Fratelli d’Italia (Adelphi): variazioni sulla cultura del nostro occidente, forse il suo capolavoro.  Piacevole lettura anche quella di Ritratti italiani (Adelphi), dalla A di Gianni Agnelli alla Z di Federico Zeri. Sono conversazioni, ritratti, dialoghi con illustri personaggi, alcuni contemporanei, tra cui Fellini, Calvino, Moravia, altri “care e bizzarre memorie” come Puccini, D’Annunzio e la concittadina vogherese Carolina Invernizio. Con lui la “chiacchiera” davanti a un camino acceso, “lieta, volubile, sfacciata, qualche volta arrogante” (Pietro Citati) divenne arte e lingua letteraria.
“Tutti fuori dal coro un momentino, Contessa. Mezzo minutino di pazienza, siamo in diretta, poi tutti liberi, dopo aver firmato la liberatoria. Ahò, dico ahò, la trasgressione, qua in passerella. Gli addetti, tutti ai lavori. Le provocazioni vanno in differita. Ora, un momento di! Uno spazio di!... A che cult gradireste che mi convertissi, guarda che luna cool, stasera” (da
La vita bassa, di Alberto Arbasino, Adelphi, 2008, p.113).


Così lo ha ricordato Giuseppe Lupo nelle pagine del Sole 24 ore:
https://www.ilsole24ore.com/art/alberto-arbasino-ultimo-gran-lombardo-ADlLOIF

Leggi anche il ricordo affettuoso di Pietro Citati (“Con Arbasino oltre la frontiera di Chiasso”) sulle pagine del quotidiano La Repubblica, 26 marzo 2020, p. 33

 

 

Circolo di lettura

Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi 2019.

Avevamo scelto questo romanzo come testo da leggere insieme per l’appuntamento di marzo del nostro circolo di lettura.  Ardone Il treno dei bambini

Erano gli ultimi giorni di gennaio e niente faceva presagire la tragedia che sarebbe scoppiata da lì a poco. Da parte mia, avevo acquistato il libro già a dicembre e l’avevo letto tutto d’un fiato. 
Potrei dire che mi ero fatta condizionare dallo sguardo del bambino in copertina.  Lo scrittore Maurizio De Giovanni avrebbe raccontato (sulle pagine de L’Espresso) di quegli occhi di un bambino in cerca di un futuro sospeso e incerto, nell’indecisione se i giorni gli cadranno addosso come una valanga o se porteranno una luce nuova.  In effetti, il romanzo è tutto un rimandare dal sentimento della paura a quello della felicità che coglie all’improvviso. La prima è legata all’incertezza del viaggio del protagonista – un bambino napoletano di sette anni trapiantato in una nuova famiglia del nord- verso una terra lontana e indefinita (l’Alta Italia? la Russia?);  la seconda rimanda alla scoperta di un mondo nuovo, fatto di abitudini, dialetti, sapori inediti, ma anche di cibo in abbondanza, di calore,  di gente generosa, tutti elementi che aiutano ad alleggerire quella “tristezza nella pancia” che il bambino avverte acutamente.  
Ho capito più tardi, quando ci siamo completamente immersi nella tragica quotidianità dell’epidemia, che la storia aveva colpito anche per il suo messaggio di speranza, attualissimo. Aveva infatti raccontato un paese povero, distrutto, diviso dai contrasti ideologici, ma straordinariamente solidale: tale era l’Italia  negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, un paese che si era risollevato grazie al contributo di tutti.
Il protagonista del romanzo è Amerigo Speranza  e ha poche possibilità, al di là del nome,  di superare l’inverno del 1946 che sta per calare sui vicoli di Napoli. Può contare solo  su una  madre analfabeta che si arrangia come può per sopravvivere. Insieme a migliaia di altri bambini (si calcola che furono 70.000 quelli provenienti dal Meridione, ma ce n’erano anche del Lazio e del Polesine), verrà accolto in una nuova famiglia, in una città del Nord Italia, dopo un interminabile viaggio in treno. E’ un bambino che rischia di spezzarsi in due, preso tra la nostalgia del nido materno e la voglia di cambiare, ma che sarà in grado, al momento giusto, di scegliere la propria salvezza. 
L’iniziativa dei “treni della felicità” era stata di una donna, Teresa Noce, dirigente politica del Pci che, dopo aver combattuto durante la guerra civile in Spagna ed essere stata deportata a Ravensbruk, al rientro in Italia, aveva deciso di affrontare insieme ad altre donne il problema della fame dei bambini, a partire da Milano, poi estendendo l’iniziativa al Meridione. Qui la popolazione civile stava ancora soffrendo per i bombardamenti e la disoccupazione dilagante.  Fu una straordinaria vicenda umana e politica, tutta al femminile, osteggiata a lungo dalla direzione del partito che ne intravedeva solo gli aspetti pietistici e caritatevoli. 
Questa storia poco conosciuta dell’Italia del dopoguerra è diventata un romanzo grazie a Viola Ardone,  insegnante liceale di latino e italiano, autrice anche di La ricetta del cuore in subbuglio  e Una rivoluzione sentimentale, entrambi pubblicati dall’editore Salani. 
Il treno dei bambini è stato uno dei libri più contesi dagli editori alla Fiera di Francoforte, con contratti di traduzione in 27 lingue. 

P. M.

 

Per saperne di più 
I treni della felicità. Storia di bambini in viaggio tra due Italie (Ediesse, 2009) di Giovanni Rinaldi;
Pasta nera, documentario di Alessandro Piva (https://www.youtube.com/watch?v=fsmjEZuAhmU)
Per un assaggio di lettura, a cura di Lino Guanciale:https://www.einaudi.it/approfondimenti/viola-ardone


 

 

 

In chat con l'autore: Pierluigi Seri

Avremmo dovuto ospitare Pierluigi Seri, per lunghi anni docente al liceo classico Tacito di Terni,  il 25 marzo per presentare il suo ultimo romanzo, La dimora degli dèi, pubblicato da  Thyrus qualche giorno prima del blocco totale delle attività editoriali e dunque non ancora distribuito nelle librerie. 
Due sono le passioni di Pierluigi Seri rivelate in questa sorta di memoir, focalizzato  sugli anni della sua giovinezza:  l’impegno politico e la cultura classica, in modo particolare la cultura greca. La Grecia è stato il paese in cui queste aspirazioni hanno preso vita, in seguito a un viaggio compiuto al termine degli studi universitari: un itinerario fisico e mentale, lungo le strade percorse dai grandi eroi e dai personaggi della mitologia, ma anche un’esperienza politica, umana e sentimentale che ha cambiato per sempre la sua vita, dopo l’incontro con una giovane donna.
In attesa di incontrare l’autore in bct, gli abbiamo posto qualche domanda. 

Nonostante l’intento dichiarato nella premessa di tramandare la memoria di una vita e in particolare della sua giovinezza, possiamo considerare questo romanzo come la storia di un’intera generazione –quella degli anni Settanta - che fece dell’impegno politico il centro dei propri interessi e diede grande attenzione alla dimensione collettiva rispetto a quella individuale? 

Indubbiamente sì. Dal sessantotto in poi sono stati anni di contestazione, di impegno politico totale, di engagement, indubbiamente sincero, con uno slancio, direi, fideistico che però spesso perse i contatti con la realtà, arrivando o ad una deriva utopistica riassunta nello slogan “Vietato vietare” oppure al progressivo slittamento delle frange estreme verso l’eversione. Fu un momento storico molto complesso e contraddittorio e tuttora molto discusso che non si può certo esaurire in poche righe. La base della proposta era indubbiamente giusta, la condivisi allora e la condivido anche ora dopo 50 anni. Il diritto allo studio, l’allargamento della base democratica, il superamento del moralismo, dell’autoritarismo e dell’emarginazione. Questo per me era ed è sacrosanto! Per quel che mi riguarda ne condivisi la protesta, ma sulla proposta ebbi poi molte riserve. Inizialmente all’Università partecipai a molte manifestazioni, ho frequentato per breve periodo il Collettivo di via dei Volsci, il mio ex compagno di banco di cui non faccio nome, fu molto attivo, poi finito nell’eversione con accusa di terrorismo, ero a Valle Giulia e me la cavai solo con una manganellata di striscio, era il giorno dell’assalto fascista alla facoltà di lettere. Fui anche a Parigi e lì cominciò il mio lento allontanamento. Sarebbe lungo in questa sede spiegare tutte le motivazioni, dico brevemente che mi ero accorto che il Movimento andava assumendo una deriva utopistica ed estremistica. Qui subentra un dato fondamentale del mio carattere che si evince chiaramente leggendo il romanzo. In esso ci sono due componenti: quella che chiamo impropriamente curiosità che si traduce in desiderio di conoscere, di allargare gli orizzonti, di nuove esperienze, a cui però si accompagna la riflessione che spinge a valutare le conseguenze prima di “buttarmi”.  Così è stato. In breve, ho seguito con interesse tutte le fasi iniziali della Contestazione, ma poi ho fatto le mie valutazioni e deduzioni che mi hanno portato verso un atteggiamento più cauto, più riflessivo. Ma qui però entra in ballo la Grecia e la mia grande contraddizione: tanto razionale con il Movimento studentesco italiano ed europeo quanto passionale e fortemente sentimentale per la Grecia. Concludendo: il mio sessantotto è stato in Grecia!

La sua è una storia personale che acquista il sapore della grande storia. Lo sfondo del romanzo è la Grecia dei colonnelli che viene messa in contrapposizione allo splendore della Grecia classica che aveva ideato la prima forma di governo democratico.  Ritiene che i giovani d’oggi sappiano quale tragedia abbia rappresentato la dittatura dei colonnelli, che aveva messo al bando persino un poeta come Eschilo, abbiano mai sentito parlare di Alekos Panagulis o della rivolta del Politecnico di Atene?

Molto giusto quanto detto all’inizio della domanda. Fin dall’inizio è presente questa dialettica tra Grecia antica e Grecia moderna, tra Passato e Presente, tra Storia antica e Storia moderna, tra mito-epos e storia, tra passione-sentimento e razionalità, tra fantasia e logica. Tutto il romanzo è costruito su questa continua tensione fra questi due momenti, su questa alternanza che supera, per dirla con Einstein, la barriera spazio temporale. Solo la forza del pensiero, la creatività sono in grado di fare questa operazione che altrimenti risulterebbe impossibile. Ma attenzione su un punto: guardando bene non si tratta di una opposizione hegeliana tra momenti opposti, ma un modo di vedere la stessa realtà da due punti di osservazione diversi. Infatti la realtà naturale cambia, se cambia la posizione dell’osservatore. Leonardo, Raffaello insistevano su questo.  Che i giovani di oggi sappiano poco di quanto è avvenuto in Grecia con il golpe dei colonnelli o peggio che sappiano poco o nulla della Shoah è una cosa che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. I media, internet, l’informatica hanno portato grandissimi benefici. Sarebbe assurdo disconoscerlo, ci danno un notevole aiuto, come stiamo vedendo oggi in tempi di Covid19. Criminalizzarli non serve a nulla, ormai fanno parte della nostra civiltà. Altrimenti faremmo come gli integralisti islamici che con una mano condannano la modernità corrotta e corruttrice, con l’altra usano tutte le sue tecnologie più sofisticate per portare a segno i loro piani diabolici che poco hanno a fare con la religione. Internet, i social hanno insegnato ai nostri giovani a “galleggiare” in un eterno presente, dove tutto è a portata di mano, raggiungibile con un semplice click. Sui loro occhi, sulla loro mente “piovono” migliaia di immagini che non hanno il tempo materiale di elaborare, quindi si dà tutto per scontato, diventando facile preda delle famigerate Fake news. Quindi l’Olocausto non è esistito, solo qualche morto accidentale, peccato che proprio su internet ci siano le immagini di Auschwitz! Tutto questo assorbito senza riflettere! Qui deve entrare in ballo la scuola educandoli al pensiero critico, stimolandoli alla documentazione, risvegliando in loro l’interesse per il cartaceo che è quello e lì rimane, non il foglio elettronico che posso manipolare a mio piacimento! E’ quello che ho provato a fare io nel mio scritto cercando di presentare gli antichi miti come storie vive e i loro personaggi come figure plastiche che agiscono e reagiscono, donne ed uomini che si comportano come tali con i loro pregi e i loro difetti, le loro gioie e i loro dolori, le loro vittorie e le loro sconfitte. Dare insomma alle vicende storiche o mitiche del passato il rilievo vitale di quelle moderne.

L’importanza del mito. Qual è la molla che l’ha spinta a raccontare le storie degli antichi miti di Apollo e Dafne, di Dioniso, di Deucalione e Pirra, di Zeus e Letò? 

Queste antiche vicende mi hanno sempre affascinato fin da bambino ed hanno sempre esercitato su di me un’attrazione irresistibile.  Ero un ragazzo sensibile e portato molto a lavorare, ad elaborare con la fantasia, questo mi rendeva a volte suggestionabile ed impressionabile. Atteggiamento che spesso non è stato compreso a fondo da chi mi stava vicino. Davo spesso l’impressione di persona “con la testa fra le nuvole”, spesso mi si diceva che mi dovevo “svegliare” (parola che ancora mi irrita) ma non dormivo affatto, ero ben presente! Lo si vede bene nel libro in cui si descrivono momenti di fuga dalla realtà, ma invero sono sempre attaccato ad essa. E’ vero ci sono molte evasioni nel mito, ma tutto questo avviene con i piedi per terra. Il ritorno al mito parte sempre da una base reale: il Tesoro degli Ateniesi, il Tempio di Apollo ecc. ma anche quando sembro staccarmi dalla realtà, sono sempre ad essa connesso. Odo voci, vedo muoversi persone, sento i loro discorsi, poi c’è sempre un dato fisico che mi riporta con i piedi a terra. E’ come se per un attimo venissi sospeso in un’altra dimensione che trascende la realtà senza abbandonarla del tutto. Del resto il mito (nel romanzo ce ne sono diversi) non è una semplice favoletta, una fiaba, ma è qualcosa di più e di più coinvolgente.  E’ la resurrezione in forma di narrazione di una realtà primigenia raccontata per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, salvaguarda la moralità, contiene regole morali per la condotta dell’uomo. “Il mito è un ingrediente vitale della civiltà umana, non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo”, questo secondo la definizione autorevole di Bronislaw  Malinowski. I miti contengono degli archetipi, delle verità sepolte, storie degli albori della civiltà, narrate sotto forma di simboli, allegorie, metafore. Basta leggere quanto hanno scritto in merito Freud, Erich Fromm, Gustav Jung. In essi si realizza una sintesi di realtà e fantasia, di razionalità e poesia. Questo mi ha spinto a riviverli e a narrarli.

Cosa è rimasto del giovane del ’72? 

Bella domanda! Beh fisicamente molto poco. E’passato mezzo secolo, nel romanzo compaiono alcune mie foto di allora… il confronto con oggi non regge! Un conto sono 26 anni, un conto i più di 70 di oggi. Lo spirito però ancora rimane e rimarrà. Questo posso affermarlo con sicurezza.  Rimangono alcune caratteristiche che mi hanno sempre accompagnato negli anni, ne elenco alcune: la dialettica tra realtà e fantasia, l’alternanza tra curiosità e riflessione, l’alternarsi non traumatico tra socialità e il bisogno di stare solo con i miei pensieri a riflettere, la visione dell’arte come impegno totale e totalizzante, ma al contempo libera nelle sue espressioni da condizionamenti ideologici, politici. “Non suono il piffero per la rivoluzione” secondo le parole di Elio Vittorini. Mi autodefinisco uno spirito libero, un po’ anarchico. Infine una grande passione per il mondo antico e le civiltà orientali, in particolare per il mondo e la cultura greca che ha acceso la fiamma della civiltà occidentale. Non ho mai avuto ammirazione viscerale per i paesi nordici ed anglosassoni, pur riconoscendone il valore. Esempio: negli anni settanta tutti i miei amici erano attratti dall’Inghilterra, io preferii la Grecia. Venni perfino sfottuto per questo. Quando cominciò il mio feeling con la Grecia? Fin da piccolo, quando mia madre che faceva la maestra mi lasciava a Ghianna (nome inventato), la mia tata e moglie di Bruno, amico fraterno di mio padre, riprendendomi nel pomeriggio. Dai 2 ai 6 anni il greco dimotikì fu la mia lingua materna. Molte volte mi rivolgevo a mia madre in greco che non capiva. Poi gli studi classici che rafforzarono un legame già esistente. Preciso che al liceo non ero tra i “cannoni” in greco, le valutazioni riportate erano quelle di un normale studente. Successivamente un mese trascorso a Xylòkastron, paese della tata, allora paesino sperduto, oggi porto turistico. L’Università, gli studi filosofici e letterari, il corso di Neogreco, l’incontro con gli esuli greci a Roma, la missione, la borsa di studio ad Atene, la Grecia sotto i colonnelli, “pellegrino” a Delfi nel 1972, l’incontro con una persona importante alla fonte Kastalìa, una storia durata poco più di un anno e finita drammaticamente all’alba del 17 novembre 1973 quando la Polizia Militare greca fece irruzione nel Politecnico di Atene per porre fine alla rivolta studentesca. Quella terribile giornata segnò la fine della mia giovinezza e la triste entrata nel mondo degli adulti. Troppi ricordi, troppa impressione, troppo dolore. Ritornai in Grecia solo 32 anni dopo nel 2005 con una gita scolastica del Liceo classico C. Tacito. 

A cura di Paola Maraldi
 

 

In chat con l'autore: Vincenzo Policreti

L'appuntamento con Vincenzo Policreti in bct era in programma a marzo; in attesa di recuperare l'incontro, abbiamo contattato l'autore in chat per parlare del suo ultimo libro, La profezia (Il seme bianco), un romanzo ambientato negli anni '30 in un uno sperduto paesino di montagna, dove le notizie arrivano in ritardo e si confondono con dicerie e false credenze...

In quel paesino io ho realmente vissuto nel ‘43 e nel ‘44. Cosa fosse allora essere tagliati fuori dal mondo oggi non è nemmeno immaginabile. Per quanto sembri incredibile, nemmeno le notizie della guerra vi arrivavano, perché radio non ce n’erano, non essendoci la corrente elettrica e nessuno ci portava i giornali. La descrizione che ho fatta del modo di vivere, degli usi e costumi sembra inventata e invece è del tutto autentica. Anche la dinamite si comprava nell’unico spaccio, assieme a fiammiferi e tabacchi. Nemmeno il nome di Montebono è inventato, ma il paesino non è al Sud. Immaginarlo al Sud mi è servito per la credibilità della paradossale vicenda, perché conosco bene certi ambienti e certe mentalità meridionali e con la storia che volevo narrare mi ci stavano a pennello.

Nel romanzo non c'è un vero protagonista, ma una varietà di personaggi, un coro di voci che fa pensare, quasi quasi, che la ragione stia dalla parte di chi tace

Quando in una comunità manchi un leader naturale, si applica una altrettanto naturale democrazia e in democrazia la maggioranza ha ragione anche (talvolta ahimè soprattutto) quando ha torto. In questi casi la maggioranza assume il nome di “la gente”, parola che veicola una surrettizia unanimità, il che viene consacrato (ah, potenza del latino!) nel falso e inammissibile, ma pur democratico “vox populi vox Dei”, dando così alla diceria popolare un crisma di Verità: chi potrebbe mai mettere in dubbio la voce stessa di Dio in persona?
Quando la vox populi si sarà affermata, l’unico che proverà a contestarla, Serse, incorrerà nella pubblica disapprovazione e il solo che aveva ragione avrà automaticamente torto. La pressione sociale ha una forza tremenda, cui è davvero difficile resistere e che è impossibile contrastare.

La profezia, per avverarsi, ha bisogno di una comunità ignorante e suggestionabile. Se scendessimo da quel paesino montanaro per confrontarci con i giorni nostri, come cambierebbe la storia?

Non sono d’accordo: la credulità è purtroppo legata assai poco alla mancanza di cultura e di razionalità, ma molto alle emozioni, le quali, per loro natura irrazionali, non rispondono alla ragione, altrimenti le nevrosi si curerebbero leggendo libri. 
In particolare in questi casi è la paura a far dilagare il contagio emotivo; perciò quanto ho immaginato per un paesino ignorante e sperduto si può bene applicare alla nostra civile Europa dove infatti si sta pari pari ripetendo. L’immaginario collettivo vive infatti il pericolo di contagio, che è reale, con il probabile pericolo di morte che non è reale: il tasso di mortalità è infatti del 2% sul totale dei contagiati, che giustifica le misure di prevenzione, ma non il diffuso terrore. Una volta poi che la paura attecchisce, la pressione sociale, proprio come in un incendio, coinvolge nel panico anche i più colti e razionali e una volta divenuto vox populi, ciò che era falso diviene vero e nessuno ne dubita più.

I personaggi del romanzo sono molto ben descritti, sembrano ispirati a persone reali; lo sono davvero?

In un romanzo tutti i personaggi passano attraverso gli occhi dell’autore. Detto questo, sono ispirati a persone esistenti oltre alle sorelle Amabile ed Egle, Riccardone, vero macellaio, Serse, che non segue il comune sentire, Calpurnia, pseudo intellettuale di provincia e infine Spartaco, un intellettuale vero e raffinato, cui ho dedicato il romanzo. Ai lettori adesso provare a riconoscerli nella nostra comunità!

A cura di Francesco Patrizi


 

 

Addio, Gianni Mura

Gianni Mura se n’è andato il primo giorno di primavera nell’ospedale di Senigallia quando sia il calcio che il ciclismo, le sue grandi passioni, erano stati già bloccati dall’emergenza epidemica.

Firma di punta del quotidiano La Repubblica, i suoi articoli sportivi (anche le “spassaparole” dell’ultima pagina) erano seguitissimi.

Il suo ufficio preferito “un bar d’estate con il pergolato sul retro”, davanti a pane, salame e a quel computer a cui, a malincuore, si era adattato abbandonando la sua vecchia macchina per scrivere.
 

Cosa leggere di Gianni Mura

Ha scritto di lui Stefano Bartezzaghi in una delle quattro pagine che Repubblica gli ha dedicato: “Mura sapeva trovare le parole sotto le parole e le persone sotto le persone”. Era “inarrivabile nelle interviste”, ma è stato anche uno scrittore prolifico. Due sono i gialli da lui pubblicati: Giallo su giallo (Feltrinelli 2009) e Ischia (Feltrinelli 2014) che hanno come protagonista il commissario Jules Magrite, il parigino che adora il pecorino di Gavoi, anagramma di Maigret e Magritte, e poi  Non gioco più e me ne vado. Gregari e campioni, coppe e bidoni (Il saggiatore, 2013), Tanti amori (2013), Non c’è gusto (2015), Confesso che ho stonato (2017).

Ma il libro definitivo è stato La fiamma rossa. Storie e strade dei miei tour.
 

https://www.minimumfax.com/shop/product/la-fiamma-rossa-1529

https://www.ilsole24ore.com/art/gianni-mura-poesia-cronaca-una-strada-salita-ADg3F8E