Carlo Ginzburg, il figlio di Natalia e Leone
bct ricorda lo storico recentemente scomparso

Il 17 giugno è venuto a mancare Carlo Ginzburg, uno dei più grandi storici italiani, il più conosciuto e apprezzato a livello internazionale sia per l’innovativo approccio metodologico da lui adottato, la microstoria, che per la grande leggibilità dei suoi libri che hanno conquistato tanti lettori.
Allievo di Delio Cantimori e Arsenio Frugoni, “dal primo colse l’attenzione per gli eretici, i dissidenti e i marginali. Da Frugoni l’idea che un dettaglio apparentemente insignificante potesse spalancare prospettive inattese”. La sua non è “una storia fatta di piccole cose ma una storia che attraverso le piccole cose riesce a cogliere sguardi nuovi o diversi sul passato”. Così descrivono il suo metodo Alessandro Vanoli e David Bidussa, in Carlo Ginzburg e le anomalie affioranti (Doppiozero).
Carlo Ginzburg era il figlio primogenito di Leone e Natalia Ginzburg, nata Levi. Era cresciuto a Torino in un ambiente culturalmente molto fervido: il nonno materno, lo scienziato Giuseppe Levi, aveva avuto tra i suoi allievi ben tre futuri premi Nobel: Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Salvador Luria. Suo padre Leone, studioso di letteratura russa e francese, era stato apprezzato anche da Benedetto Croce per la sua precoce vivacità intellettuale.
Da bambino aveva seguito i genitori al confino abruzzese di Pizzoli in Abruzzo. Un periodo che Natalia avrebbe raccontato nello struggente racconto “Inverno in Abruzzo”, scritto nell’autunno del 1944, a pochi mesi dall’uccisione di Leone ad opera della polizia nazifascista il 5 febbraio dello stesso anno. Il passato remoto che usò in quelle pagine rese eterno e irrevocabile il dolore che ne era scaturito, così scrisse Domenico Scarpa nel saggio che accompagnava la raccolta “Le piccole virtù” (Einaudi 1962) in cui il racconto fu inserito.
Carlo Ginzburg ebbe con sua madre un rapporto speciale: era il primo lettore dei suoi libri prima che venissero pubblicati. Lo fu per “Lessico famigliare” (Premio Strega 1963) come per la raccolta “Le piccole virtù”. In “Mai devi domandarmi”, la raccolta di saggi successiva, un articolo è intitolato “Gli interlocutori”, coloro ai quali la scrittrice sottopone per un giudizio ciò che ha scritto. Da quanto racconta Natalia, il figlio è un giudice molto severo, dal quale teme in modo particolare di essere ritenuta una scrittrice “dolciastra e sentimentale”.
Ma saranno gli scritti di Natalia ad esercitare un profonda impatto sul lavoro del figlio, un’influenza che si va ad aggiungere a quella di grandi personalità dell’ambiente culturale torinese di quegli anni come Italo Calvino e Primo Levi.
Quanto sia forte questo legame tra ricerca storica, intrapresa in età molto giovane dopo gli studi alla Normale di Pisa, e la letteratura lo descrivono perfettamente Alessandro Vanoni e David Bidussa (cit.).
Per Carlo Ginzburg “il lavoro di storico consiste nel ricostruire una realtà invisibile a partire da frammenti” fatti di tracce, indizi, contraddizioni. “E questa ricostruzione è necessariamente una narrazione [...]. La storia ci arriva attraverso una narrazione” anche se si tratta di un racconto vincolato e validato dai documenti.
Da suo padre Leone e dallo storico Marc Bloch – entrambi assassinati dai nazisti - aveva ereditato il forte impianto morale e civile delle ricerche che partono dall’individuo e dalla sua irriducibilità per ricostruire la verità storica. Da sua madre aveva imparato l’impatto emotivo del racconto.
Tra le sue tante opere ricordiamo:
I benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Einaudi, 1966
Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento, Einaudi, 1976; Adelphi 2019
Il vincolo della vergogna, Adelphi 2026 (in arrivo in bct)
La citazione: “’Chi costruì Tebe dalle sette porte? chiedeva già il ‘lettore operaio’ di Brecht. Le fonti non ci dicono niente di quegli anonimi muratori: ma la domanda conserva tutto il suo peso” (Il formaggio e i vermi, CDE, 1976, p.XI).
PFM


