decamerino

I racconti della quarantena

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inTERNati di Flavio Frontini 

Memorie dal soprassuolo

Mo che staco carcerato drent’a casa mia pe lo vìrusse (che ji pijasse un corbu a pportà via!), vaco smucinanno qua e llà pe ppassà na cica de tempu sinza addoventà paciu. Accucì, m’è capitato un arzumiju (foto) de nònnimu Frontini. Mo v’arconto chiccosa de issu.

Da professore, viene a Terni nel 1896 come insegnante di Disegno presso il Regio Istituto Tecnico “Caio Cornelio Tacito” –  in seguito Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Federico Cesi” – prendendo subito parte attiva alla vita della città, in ebollizione demografica specialmente dopo la nascita della SAFFAT, nel 1884. Lui, marchigiano e fervente cattolico,  partecipò coraggiosamente alla fondazione del locale Circolo Cattolico, nonostante si sapesse che – per via dell’anticlericalismo portato a Terni dagli operai romagnoli –  le processioni si svolgevano solo sul sagrato del Duomo tra fischi e sassate. Non solo, lui, forte del suo ottimo stipendio (mi diceva mio padre che mio nonno, a fine mese, prendesse un rotolino di marenghi d’oro, cosa non assurda, visto che agli inizi del 1900 la lira faceva aggio sull’oro, per cui il Ministero risparmiava parecchio pagando in oro), contribuì con lire 1,50 alla realizzazione della “Caritas” del tempo (la cosa è documentata nel volumetto ”Le Cucine Economiche di Terni”, ancora consultabile  presso il locale archivio diocesano). In più, mio nonno, il giovedì, distribuiva a tutti i poveri del rione – tutti in fila lungo le scale della sua casa in Via Aminale – una moneta ed un pezzo di pane. Questo, nonostante avesse da gestire la moglie, quattro figli e la governante (d’estate, tutti un mese al mare ed uno a Stroncone). Certamente, al mantenimento del buon tenore di vita della famiglia Frontini avranno contribuito le sostanze di mia nonna Giovanna Spinaci (definita benestante nel certificato di matrimonio) proveniente da una famiglia che aveva una filanda di seta nelle Marche. Mio nonno morì poco dopo il 1910, ma la cosa che mandò definitivamente all’aria la famiglia fu la prima guerra mondiale, durante la quale morì (Medaglia d’argento al V.M.) mio zio Italo a cui è intestata la locale sezione Bersaglieri, e da cui mio padre uscì ufficiale sì – più volte percosso e sputacchiato, come se la guerra l’avesse voluta lui, dai reduci e dagli operai sovietizzati –  ma disoccupato, fino a quando diventò insegnante di calligrafia, stenografia e disegno presso lo stesso Istituto dove aveva insegnato suo padre. Le mie zie vissero malamente e la famiglia non trasse sollievo rispetto al marasma postbellico dalla partecipazione di mia nonna all’incontro, nel 1923, del Re Vittorio Emanuele III con le vedove e le madri dei Caduti di Terni.

                                                                                                                                                

Dei miei nonni ricordo ciò che è sopravvissuto in casa per qualche tempo, prima di essere buttato. In primis, una decina di pacche da culo ovvero cul de Paris (specie di caciocavalli di stoffa imbottita che le signore, che normalmente indossavano vesti lunghe, si legavano alla vita, per poi disporle sopra le natiche che, così, risultavano giustamente prominenti e la gonna non strusciava più per terra. 

Di mio nonno ho invece  ereditato una quantità di colletti bianchi di celluloide dura sui quali si legava il cravattino in uso in quel tempo.

                                                                     

Di lui ho ereditato anche vari strumenti da disegno – originalissimi – che però, tra furti e “scasamenti”, sono andati a finire sulla luna come il senno del paladino Orlando, fuori di testa per amore.

                                                               

Et, de hoc, satis…

A cura dell’inTERNato di Via Corona, 14, terzo piano

 

Mentre mio figlio fa allenamento  in terrazza, io mi consolo della mia reclusione leggendo e rileggendo un libro di un’originalità rara, consistente nell’autobiografia “Terra Matta”, scritto dal semianalfabeta siciliano Vincenzo Rabito che, nel 1968 si è chiuso a chiave nella sua stanza, scrivendo a macchina, in sette anni,  la sua travagliata  vicenda di vita. Essa, definita da Andrea Camilleri “Un manuale di sopravvivenza involontario e miracoloso”, ha vinto il Premio Piave - Banca Toscana  nell’anno 2000. Solo un microscopico neo: manca la traduzione di alcuni termini dialettali. Ne suggerisco la lettura per la straordinaria forza narrativa che la contraddistingue.

                                                                          

Confesso che sono un inTERNato privilegiato perché, avendo una terrazza di 7 metri per  11, nessuno mi può guardare mentre sto nel mio gabinetto di decenza, come invece avviene nel caso di palazzi troppo vicini. In più, dai miei balconi che danno su via Corona, posso vedere la chiesa sconsacrata di San Tommaso (costruita poco dopo l’anno mille) con accanto la lapide chiamata “Incredulità di S. Tommaso” che fa il pari con il  detto dialettale ternano San Tomassu, quillu che nun vidde e nnun ce crese. Io non ho alcun merito nell’aver un panorama cittadino così interessante dal punto di vista storico-artistico perché questa situazione la devo esclusivamente al caso. Al coronavirus debbo invece la possibilità di potermi soffermare quanto voglio a guardare il tutto con il consenso di chi impone lo “stare a casa”.

Un tempo, la parola cane – sia come sostantivo che come aggettivo – era senz’altro dispregiativa; non per caso, ne sono derivate varie parolacce come canaglia, cagnara, cagnesco eccetera. Il suo uso come aggettivo, diventava poi il massimo dello spregio se accostata a Mondo, Madonna, Dio e simili. Oggi, essendo il cane il massimo animale d’affezione – simbolo di fedeltà e di amore – viene spesso promosso al rango di essere umano (Amore, vieni da mamma / papà! ecc.) Questo amore, come ogni altro amore, ha un costo non indifferente che però, nel tempo del virus Corona può trasformarsi in un utile: sembra ci sia infatti chi chiede brevemente in affitto il cagnolino altrui per poter passeggiare impunemente varie volte in più, rispetto alle disposizioni governative che limitano le uscite possibili solo a quelle imprescindibili (lavoro, spesa e poche altre). I tempi cambiano … 

Nel dialetto ternano esistono varie parole – in gran parte risalenti al volgare dei primi secoli – che terminano in –anza od in –ènza. Vediamo: timènza = timore, callanza = protezione, paranza = parità , uguaglianza, eccetera. Guardiamo ancora dentro la nostra prima lingua e troviamo ‘ncuntranza = incontro. Fà ‘na trista ‘ncuntranza significa fare un cattivo incontro, incontrare chi non si voleva incontrare. Tuttavia, vediamo come, talvolta, un’imposizione mal sopportata – od accettata a ccollu stortu – possa tradursi in una buona cosa. E’ questo il caso dell’ubiquitario e strillato  comando governativo stai a casa che può farti evitare – anzi, è quasi sicuro, vista la pochissima gente in giro – di fare brutti incontri, nonché scongiurare pessimissimi contagi.

                                                                         

Il giorno prima che il governo ordinasse gli arresti domiciliari generali per coronavirus, io mi ero accorto di avere i capelli un po’ troppo lunghi. Avendo però visto che il mio barbiere aveva vari clienti in attesa, stabilii di andarci il giorno dopo (1o marzo scorso) per essere in ordine per la domenica successiva non così lontana. Ora, visto che la riapertura dei negozi – barbieri compresi – è stata rinviata sine die, temo che, alla fine, mi ritroverò ad uscire di casa sembrando, per via dei capelli lunghi e bianchi, un’edizione aggiornata dell’abate Faria, fuggito dall’isola di Montecristo ed approdato, chissà come, a Terni. 

 

 

 

E tu, di che libro sei? Raccontaci avventure e letture della tua quarantena (max 1000 caratteri) e invia il testo a laura.pescetelli@comune.terni.it

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