Solo erbacce?
La natura selvatica del giardino, di Antonio Perazzi
Nella stagione del risveglio della natura, delle giornate che si allungano, del ritorno a un clima più mite dopo il freddo invernale, parliamo di un piccolo saggio che prende in esame un tipo particolare di piante. Antonio Perazzi, botanico, architetto e filosofo del paesaggio, è sempre stato affascinato dal mondo selvatico, dedicando a questo aspetto vari scritti. Nell’ultimo saggio ‘La natura selvatica del giardino’ (Einaudi, 2024) approfondisce il rapporto tra il progetto paesaggistico e le piante pioniere e avventizie, indagando come il giardino, simbolo dell’addomesticamento e del controllo dell’elemento naturale, possa integrare la libertà e la saggezza della vegetazione spontanea. Penso che esiste un'altra idea di giardino che è molto di più: quella che riesce ad assecondare tutte le piante senza catalogarle in base alla loro provenienza, indipendentemente che siano piante spontanee autoctone o esotiche, indipendentemente dalla generica appartenenza geografica (politica) [...] Da quando ho incominciato a fare il paesaggista, c'è un tema che mi sta particolarmente a cuore, ed è interrogarsi sulla differenza tra selvaggio e selvatico (a pagina XI del libro). La dedizione a un progetto che sia di un piccolo giardino o di uno, più grande, che abbracci un intero paesaggio, comporta sempre l’osservazione, lo studio e l’attesa della stagione propizia. Il tempo si dilata. Fare un giardino ovviamente è una cosa molto più complessa rispetto al “semplice” coltivare piante, non fosse altro che è una forma di progetto che deve saper tenere le redini di alterazioni e assecondamenti, arte e artigianalità, curiosità e pratica, e tanto entusiasmo […]. Prendersi cura di un giardino, ma anche solo di poche piante in vaso, è un confronto obbligato con la vita […] coltivare piante è soprattutto un confronto quotidiano con la vita (a pagina 95 del libro). Perazzi sottolinea come il bravo giardiniere dovrebbe mantenere sguardo lucido e ammirazione sincera per le piante, perfino il desiderio di condividere una certa arte che mette in mostra umiltà e voglia di dare un senso a tempi particolarmente incerti (a pagina 97 del libro).
Le sue riflessioni sono rivolte anche ai giardini delle città, alla piantumazione fatta come
‘manifesto di propaganda’. Servono progetti che tengano conto dell’assenza di certezze, variabile costante della natura, come della società. La cartina tornasole della salute dell’ambiente sono i luoghi selvatici, la priorità per stare bene è la salute delle piante, anche rispetto alle statistiche urlate, alle cifre spavalde, ai comizi politici, modaioli, populisti, e stressati personaggi di successo popolari nei social network. (a pagina 98 del libro). Piantumare non è la soluzione ai cambiamenti climatici ma significa innanzitutto piantare secondo il cambiamento climatico e non soltanto annunciare o mettere in terra milioni di piante che poi vengono abbandonate (a pagina 98 del libro).
Un libro che è fonte di riflessione per gli amanti delle piante ma anche per quelli che vivono ogni giorno in luoghi sempre più impoveriti dall’assenza di una politica verde che assicuri nuovi equilibri. Garantire per esempio ampie superfici incolte nella città porterebbe a ridurre l’inquinamento e ad assorbire meglio le bombe d’acqua, che sono una delle conseguenze della monsonizzazione del clima mediterraneo.[…] Come si fa a considerare biologiche alcune coltivazioni che sono a ridosso di ambienti fortemente inquinati? C’è molta attenzione per l’ambiente, eppure si continuano a permettere colture intensive su di un territorio arrivato al collasso (a pagina 106 del libro).
Trovi il libro in sala Infodiv. alla collocazione DIV 712.6.PER.1.
Lettura interessante anche per i ‘non addetti’. Nel piccolo saggio scopriamo come il giardino che genera armonia accogliendo le piante selvatiche, così diverse e anarchiche, capaci di adattarsi con intelligenza alle condizioni in cui si trovano, sia una metafora della civiltà che auspichiamo per il nostro futuro. MRC