Un ricordo di Enzo Bianchi

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bct ricorda il fondatore e priore della Comunità di Bose

Un ricordo di Enzo Bianchi

Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità di Bose, dal 1° settembre non è più tra noi. 
E’ stato un uomo di grande fede, ha insegnato teologia biblica all’Università San Raffaele di Milano, ha dato vita a una casa editrice, ha scritto una grande quantità di libri tradotti in varie lingue e articoli pubblicati sulle pagine dei principali quotidiani e sulla rivista Jesus. Ha intrattenuto dialoghi con pontefici, teologi, credenti e laici. 
A ventidue anni fondò la sua comunità di monaci e ne fece un “laboratorio post Conciliare, un centro di ascolto della Scrittura, di confronto con le altre religioni e con la cultura contemporanea”. Nel  2017 dovette però lasciarne la guida in seguito a dolorosi contrasti con i fratelli monaci e le gerarchie ecclesiastiche –si ricordi il decreto ad personam approvato da papa Francesco- e ne creò un’altra, La casa di Madia.

Probabilmente, il ritratto più completo e intenso di quest’uomo, quello che dà conto maggiormente della sua complessità, è quello tracciato da Massimo Recalcati (che a lui aveva dedicato “Il gesto di Caino”), sulle pagine di Repubblica del 2 settembre.   
Massimo Recalcati ricorda di Bianchi le origini piemontesi, e la scelta radicale di coltivare il silenzio e gli studi –dopo la laurea in economia a Torino- riadattando, nella campagna di Bose (Biella), una cascina abbandonata per far nascere la sua comunità.
La sua scelta, radicale e controcorrente, oscillò sempre tra il desiderio del silenzio (“il faccia a faccia con Dio”), l’aspirazione ad allontanarsi dal mondo, e la ricerca umanissima di un dialogo con gli uomini.
Pur tuttavia, proprio con la sua storia personale, lo scontro con le autorità e i confratelli, Enzo Bianchi “segna la fine di una stagione in cui il monachesimo riteneva possibile abitare contemporaneamente il chiostro e la piazza, la contemplazione e il dibattito pubblico, la preghiera e la mediazione culturale. Il canto corale e il giornale”. 

Noi abbiamo scelto di ricordare il suo lato più privato a partire dal libro di memorie Ogni cosa alla sua stagione (2011).  
Ne ricaviamo l’immagine di un profeta contadino – una grande figura carismatica - che non aveva fatto mai nulla per nascondere le sue origini e che, nonostante i tanti impegni intellettuali, non aveva mai abbandonato il gusto di coltivare l’orto, di cucinarne i frutti, di sostare accanto al fuoco del camino.
Dopo aver perso la madre da bambino era stato cresciuto dal padre, che non aveva saputo colmare il vuoto di quella mancanza. Aveva avuto però la fortuna di incontrare nel suo cammino due donne, pensionanti in casa di una vicina: una postina (da lui chiamata Cocco perché si portava sempre dietro un barattolo di Coccoina) e una maestra, Etta, entrambe profondamente religiose che ricorda con grande affetto. Da loro aveva appreso la fede e insieme il gusto per la lettura. Furono loro a sostenerlo economicamente durante gli studi universitari mentre il padre decideva di interrompere ogni rapporto  appena intravista la scelta della vita monacale. 

Nei suoi scritti avrebbe ripreso i temi dell’accettazione dell’altro (L’altro siamo noi), del dono e del perdono, dell’amore verso il prossimo (Ama il prossimo tuo), obiettivi individuati per la crescita individuale ma anche collettiva, per evitare che si ripeta lo scontro violento tra “identità” contrapposte.  

La frase :
“Non da oggi vado ripetendo che la nostra società si sta dirigendo verso la barbarie. [...] Assistiamo non allo scontro di civiltà profetizzato da Huntington, né alla fine della storia ipotizzata da Fukuyama ma, in modo più tragicamente banale, al piombare in un’epoca oscura in cui è minacciata di sparizione la stessa democrazia” (da L’altro siamo noi, Einaudi, 2010).

PFM